Riforma del Servizio Pubblico – Storia della lottizzazione in Rai/1

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Ogni governo che s’insedia pone tra i cardini della sua azione la riforma della Rai. E’ storia di questi giorni la messa a punto di ddl in materia da parte dell’esecutivo Renzi. Il presidente del Consiglio, che aveva accarezzato l’idea di un decreto, l’ha poi abbandonata preferendo mettere alla prova il Parlamento.

Quello del servizio pubblico è in effetti un tema molto sentito in politica, per il semplice motivo che sin dal 1953, anno delle prime trasmissioni in analogico, con la politica ci è sempre andato a braccetto.

Ma qual è la storia del rapporto tra Rai e politica? Qual è la storia di quella che viene comunemente definita “lottizzazione”? Lo spunto ce lo dà un saggio di Paolo Mancini, “Elogio della lottizzazione” (Laterza 2009), nel quale il professor Mancini ripercorre le varie tappe che nel tempo hanno condotto a quella che oggi è la relazione tra giornalismo e politica e, nel particolare, tra la politica e il servizio pubblico radiotelevisivo. Mancini riconosce tre tempi differenti della lottizzazione, in relazione ai mutevoli rapporti che nel tempo sono intercorsi tra Rai e politica, e sottolinea che le pratiche lottizzatorie più infulenti riguardanti la Rai vanno ascritte soprattutto alla tv.

Leggenda vuole che sia stato Alberto Ronchey (grande giornalista del Novecento italiano) a coniare nel 1968 il concetto di “lottizzazione”, in una lettera indirizzata a Giorgio La Malfa, leader del Pri, nella quale declinava l’offerta di un posto da consigliere d’amministrazione in Rai. “Caro La Malfa – denunciava Ronchey -, un’improvvida spartizione del potere, concordata tra democristiani e socialisti senza chiedere altri consigli e a quanto pare senza ripensamenti, sta per sconvolgere il Telegiornale e i Servizi giornalistici della televisione”. 

La prima fase della lottizzazione viene da Mancini definita “lottizzazione di governo” e dura fino al 1975, anno della riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. Dal 1954, quindi dalla nascita della televisione, si assiste ad una fase di solido potere democristiano, riflesso della cultura cattolica del Paese. Tale potere, tuttavia, va indebolendosi col passare degli anni e con il permeare, all’interno di quella cultura, di altri movimenti politici e di idee.

Essi, dunque, vanno man mano affiancandosi alla Dc: sia al governo che, di riflesso, alla guida della Rai. In viale Mazzini, in particolare, si scontrano due tipi di culture. La prima, più “aziendale”, costituita da persone entrate in Rai a prescindere dal colore politico, e che dell’azienda conoscono tutte le pieghe e i problemi. Di contro, vi sono i dirigenti, spesso di nomina politica, “portatori di una cultura maturata all’interno delle varie organizzazioni cattoliche, che mescola insieme managerialità, impresa e spirito cattolico di servizio e missione”(p.23).

Con gli anni, questa seconda categoria si apre ad esponenti di altri tipi di aree culturali e politiche. Occupando ruoli spesso anche di prestigio, entrano in Rai socialisti, socialdemocratici o comunque dirigenti e funzionari di area ed estrazione non cattolica. Tuttavia, la vera e propria “lottizzazione di governo” così come la intende Mancini, ha inizio con i primi governi di centro-sinistra, nel 1964. Solo due anni più tardi, infatti, si ha l’avvento del primo socialista di apparato, Luciano Paolicchi, alla vicepresidenza della Rai.

Il criterio che norma la presenza di un partito nei gangli del potere di viale Mazzini è la sua forza elettorale. Dc a parte, ecco che il Psi registra una presenza ben maggiore rispetto agli altri partiti (di governo). “In soldoni: la lottizzazione di governo consente alle forze che compongono, in modo differente e a seconda dei periodi, le coalizioni di governo, di avere un peso all’interno delle organizzazioni Rai. Nel periodo della lottizzazione di governo le forze di opposizione sono quasi del tutto escluse dalla divisione di poteri” (p. 24).

Il quadro politico italiano, tuttavia, va diventando sempre più complesso: il “No” al referendum sull’abolizione dell’aborto (1974) e il passaggio ad amministrazioni di sinistra delle maggiori città certificano il cambiamento di una cultura che non è più cattolica come un tempo. Ciò comporta la necessità di attribuire il giusto “riconoscimento” a forze politico-culturali prima escluse dalle pratiche lottizzatorie.