Dalla guerra all’inclusione sociale: il calcio e otto africani lacedoniesi

LACEDONIA (AV) – Cosa hanno in comune San Filippo Neri e il calcio? Presumo nulla di palesemente esplicito. Si potrebbe azzardare di rintracciare un fil rouge nel fatto che il santo sia stato per la sua vena giocosa il precursore dell’oratorio, ma questo comporterebbe un arrampicarsi sugli specchi che oltrepasserebbe il tangibile.

In quel di Lacedonia, invece, il patrono San Filippo e il calcio a cinque sono come pane e cacio. Il motivo? Un torneo, il sacro – laicamente parlando – “Torneo di San Filippo”. Per i lacedoniesi un’occasione d’incontro, gioco e divertimento che appassiona giovani e meno giovani, diventata nel tempo una viva tradizione.

Le porte di casa sono aperte a tutti e quest’anno ben otto squadre, tra Lacedonia e dintorni, si contendono l’attesissima finale, che sarà disputata nel giorno della vigilia della festività di San Filippo, il 26 maggio. Ma a fare il suo ingresso in campo, rompendo così la routine della competizione di paese e tra paesi, è una squadra molto particolare, che ha già fatto di questo torneo 2015 un evento memorabile. Non si tratta di voler redigere una magra cronaca sportiva, tanto meno di osannare improvvisati giocatori di palloni o vecchie glorie. Niente di tutto ciò. È questo, piuttosto, il luogo per raccontare una storia, una storia di sport e di integrazione, di amicizia e sana competizione, di riscatto e aggregazione, che ha il suo centro a Lacedonia e il suo pretesto nell’irrinunciabile torneo di calcetto di maggio.

Nel paese, da un mese e più i giovani africani ospiti della casa famiglia, gestita dalla cooperativa salernitana “La Città della Luna”, si sono visti poco in giro: qualche passeggiata mattutina, sempre accompagnati con occhio attento e scrupoloso da qualcuno dei quattro educatori (tutti lacedoniesi) che hanno il compito di sorvegliarli ventiquattr’ore su ventiquattro. Sono otto, il più piccolo di loro ha 14 anni. I più grandi 18, compiuti e festeggiati proprio nella struttura che li ospita fuori paese. Cinque di loro provengono dal Gambia, due dal Mali e uno dalla Somalia. 

E ora le gazzelle nere che faticano a imparare l’italiano sono scese in campo con tanta grinta e passione, dando spettacolo a una folla di curiosi che ogni pomeriggio si raduna per assistere alle partite della squadra “U.S. AFRICA”, messa in piedi con nobile spirito d’iniziativa da Antonio Vece, presidente della gloriosa US Lacedonia, squadra che dal primo momento li ha ospitati negli allenamenti, fornendo loro anche gli strumenti indispensabili per giocare: calzettoni, pantaloncini, magliette, felpe, scarpe. Esempio seguito poi dai cittadini lacedoniesi.

Quegli occhi grandi e neri come la pece si illuminano a ogni goal, si offuscano a ogni rimessa e si accendono alle reti subite, sfoggiando una determinazione senza pari, che rende il loro gioco ancora più piacevole da guardare: spettatori in fibrillazione, applausi e cascate di complimenti.

Immagine fino a qualche tempo fa surreale nei nostri piccoli centri, ma che questo mese di maggio sta rendendo ordinaria e naturale. E lo sport ne diventa la chiave di volta, quale momento di aggregazione e socializzazione, come tassello indispensabile al processo interculturale scaturito ormai anche nelle nostre realtà e al quale dobbiamo farci l’abitudine. All’iniziale timore si è sostituita, dunque, la curiosità, ne è scaturito un doveroso confronto. E quale sport meglio del calcio per sancire l’inizio di questa convivenza?