De Luca, l’altare delle urne e le polveri del dopo voto

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Il Partito democratico vince nettamente la competizione regionale di ieri per cinque a due. A urne chiuse, il conto è presto fatto: 16 milioni e rotti di cittadini sono guidati da giunte democratiche, mentre solo 6 milioni e mezzo dal centrodestra. I numeri, quelli che fanno la differenza, sono tutti qui.

Il Pd, che mai aveva avuto speranze sul fortino leghista del Veneto, perde la Liguria, che finisce nelle mani di Toti per un concorso di fattori: la decisione della sinistra dem di andare da sola e l’esplosione della Lega, che garantisce al consigliere politico di Silvio Berlusconi quasi due terzi dei suffragi ottenuti.

Dunque, i democratici Genova ma, seppur con qualche brivido, si tengono il “blocco rosso” (Toscana-Umbria-Marche) e la Puglia. Fatta eccezione proprio per le tre regioni centrali, in nessun’altra il Partito democratico raggiunge – e neppure si avvicina – quel 40% toccato alle europee di un anno fa e legittimamente sbandierato come risultato storico. Non lo raggiunge – e neppure vi si avvicina – neanche sommando i risultati delle liste collegate riconducibili al partito. Se il risultato è ovvio in Veneto (21%) e in Liguria (27%), lo è un po’ meno in Campania (28%) e in Puglia (28%). Un risultato, quello del partito, ben al di sotto delle aspettative. Un risultato che porterà certamente ad una sorta di resa dei conti interna. Se non altro, però, i democratici si riprendono la Campania dopo cinque anni targati Caldoro. Ed è proprio sulla Campania che concentriamo qualche riflessione a mente fredda, dopo la nottata trascorsa a controllare numeri su numeri e vedere e rivedere le proiezioni delle quattro del mattino.

Innanzitutto non può non balzare all’occhio che la vittoria di De Luca sia stata decisa da Ciriaco De Mita. Il 2,34% raggranellato dall’Udc è a conti fatti fondamentale perché all’ex sindaco di Salerno si spalanchino le porte di Palazzo Santa Lucia. Il fulmineo accordo notturno dello scorso 30 aprile è dunque uno dei punti di svolta di queste elezioni e del loro esito. Non a caso, nella conferenza stampa di stamane, Vincenzo De Luca ha immediatamente tenuto a sottolineare che a breve andrà “a nominare una nuova giunta regionale all’insegna delle competenze, fortemente espressiva della società civile e imperniata sull’autonomia delle scelte”. Un modo per affermare che non verrà riconosciuto alcunché sulla base della mera gratitudine. Ma se in politica contano i numeri – e contano –, siamo curiosi di verificare se e quanto sarà così e se l’accordo tra i due ex nemici non prevedesse qualche “compensazione” di natura politica.

In secondo luogo, e si tratta però di un aspetto ancora più importante del primo, entra in scena la fantomatica legge Severino. Si attende cioè la decisione sul futuro dello stesso De Luca, sul quale grava la spada di Damocle della norma approvata dal governo Monti: un anno e mezzo di interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio (e si perdoni il bisticcio di parole). Per tutta la campagna elettorale, lo stesso neo governatore e tutto – o quasi – il Pd hanno affermato la non applicabilità della legge, che tuttavia ora si presenta in tutta la sua forza e le sue conseguenze, potenzialmente devastanti. A detta della Cassazione, non esistono margini di discrezionalità: la Severino va applicata. Punto. E il là deve darlo proprio il presidente del Consiglio, tra l’altro sceso a Salerno una decina di giorni fa per dare pubblicamente il proprio sostegno al candidato. Cosa farà Renzi? Le ipotesi sul tappeto sono due. La prima: tergiversare (ma rischiare anch’egli un’accusa di abuso di ufficio) per dare modo e tempo a De Luca di nominare giunta e vice. Ma Gianluigi Pellegrino, l’avvocato del Movimento a difesa del cittadino, che tempo fa ha inoltrato ricorso contro la sua candidatura, sostiene “l’incompatibilità di De Luca a governare: non può neanche insediarsi e quindi nominare un vice o svolgere alcuna funzione di competenza del Presidente della Regione”.

Seconda ipotesi: attenersi a quanto afferma la norma (e conferma lo stesso Pellegrino), ovvero avviare l’iter che conduce alla sospensione del neo governatore e consegnare le sorti della Campania nuovamente alle urne. Ma puntando su un altro cavallo.