Accoltellamento San Paolo

Coltelli e droga in curva: alla stupidità dei “tifosi” si affianca un controllo ridicolo

C’è stato un momento preciso, definito, in cui mi ero quasi convinto che la parte sana del calcio fosse la passione dei tifosi.

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Non i tifosi in sé, ma la loro passione. Quella sana, appunto. I tifosi mi piacciono, ma fino ad un certo punto. Mi piace l’effetto di un coro cantato tutti assieme, mi piace il boato che ti fa venire la pelle d’oca. Ma nella loro declinazione più estrema mi ricordano quelle persone totalmente incapaci di una parvenza di sottospecie di capacità di stare al mondo.

D’altro canto, è pur vero che gli stadi, le curve in particolar modo, rappresentano la cosiddetta “zona franca” per quelle frange estreme di tifo: là dentro, non si sa quanto volontariamente, viene loro concesso di fare quello che gli pare, coperti come sono da un’impunità che sembra essere garantita dall’ammassamento, una sorta di “sotterfugio sociologico” in cui si è tutti e non si è nessuno.

Ricordo quand’ero fanciullo – è l’attacco di un coro della Curva B del San Paolo, ma è anche quello di una breve storia – e andavo con mio padre e mio fratello a vedere le prime partite: l’Italia a Salerno, il Napoli negli anni più bui della sua storia. All’ingresso, il poliziotto svitava il tappo della bottiglia d’acqua, lo gettava in un cassonetto dove ce n’erano altre centinaia e ci restituiva la bottiglia senza tappo. “Ragioni di sicurezza”, diceva. Ma poi, com’è ovvio, sugli spalti trovavo puntualmente il venditore ambulante che smerciava bottiglie (col tappo).

E’ una stortura, come ce ne sono tantissime nella società italiana, degnamente e adeguatamente rappresentata dal movimento pallonaro. Perché accanto a questa storiella che sembra un’inezia, si riproducono altre storiacce che invece fanno rabbrividire.

Domani prende il via il campionato di Serie B, e comincia con il più atteso dei derby che potesse esserci da queste parti. La tensione è alle stelle, si taglia a fette. Tanto che la Questura di Avellino e quella di Salerno si affannano da giorni a catechizzare tifosi biancoverdi e granata circa i comportamenti da tenere. “Non dovranno essere portati al seguito: fumogeni, oggetti atti ad offendere, striscioni contenenti scritte offensive nonché alcolici o bevande”, si legge nel comunicato diramato nella serata di ieri dalla questura irpina.

Il tifo è per larga parte marcio, lo sappiamo bene e non lo scopriamo certo ora. Domenica scorsa a Napoli è andata in scena una delle pagine più squallide di sempre. Luogo della contesa è stata la Curva A. Perché sì, il San Paolo è forse l’unico stadio d’Italia ad ospitare una squadra e due curve: cantano cori diversi, fanno a gara a chi delle due copre l’altra, organizzano due coreografie differenti (che rispetto a quelle di una volta ora fanno quasi tenerezza). La Curva A, dicono gli esperti della geopolitica pallonara, è il posto franco dove

Spaccio di droga

da (quasi) sempre si ritrovano i clan camorristici. All’interno dell’impianto di Fuorigrotta, per intenderci, ad ogni gruppo organizzato corrisponderebbe un clan, con relative alleanze e inimicizie. Domenica sera, durante la gara con la Samp, giocata tra pochi intimi, c’è stato un evidentissimo regolamento di conti tra galantuomini, che a suon di coltelli hanno tentato di chiarire a chi spettasse il controllo di una delle voci più redditizie delle entrate dei clan: la droga. Le piazze dello spaccio, dentro e fuori dallo stadio (dove hashish e cocaina viaggiano che è una bellezza e garantiscono anche buoni introiti).

E allora via, scintillio di lame e polpacci squartati. Prova di forza in diretta nazionale, per accaparrarsi la vendita all’interno del San Paolo e dettare legge al di fuori. In particolare, ed è il punto di rottura che ha causato l’accaduto domenica sera, nella zona del centro storico, tra Forcella e la Sanità.

Leggendo di questo scempio, mi torna in mente il contenuto del comunicato della Questura di Avellino. Sembra ormai da stupidi chiedersi come possano entrare coltelli e droga in un luogo dove è vietato portare finanche uno “striscione dal contenuto offensivo”. Tant’è. Le curve sono zona franca. L’importante è che si continuino a svitare i tappi dalle bottiglie.

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.