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Itaca: quando tornare nei nostri paesi è più difficile che andarsene

“Non ci resta che piangere”. È l’effetto immediato della presa di coscienza di uno spopolamento vertiginoso che ha colpito Irpinia e Sannio negli ultimi anni.

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Scoperta dell’acqua calda? Forse sì, potrebbe difendersi qualcuno. O forse no. Vedere moltiplicarsi tra una stagione e l’altra i “vendesi” affissi vicino alle porte delle case, porte una volta sempre aperte e ormai sbarrate in strade vuote e disabitate, ci fa rabbrividire. I dati sconcertanti, quelli che testimoniano l’effettivo decremento, confermano la triste realtà, quella che salta all’occhio in ormai molti angoli dei nostri paesi. Dati che, come raccapriccianti resoconti, si compongono di numeri tutti negativi, colpendo e affondano così anche i più cinici. Dopo tutto “carta canta”, scripta manent e nel nostro caso è davvero l’unica cosa a rimanere. Ma non di soli numeri vive l’uomo. La quotidianità nei piccoli centri può avere risvolti più aspri: leggere dello spopolamento ha un certo effetto, viverlo è tutt’altra storia.

Fate un po’ voi su quali siano le cause di cotanto strazio, della fuga in particolare, l’importante è che ognuno in cuor suo sappia che quell’“Itaca” abbandonata, quella che gli ha dato i natali, gli ha dato anche “il bel viaggio”. Cosa c’entra questo con il penoso resoconto stilato con tanto di dati alla mano? C’entra. Le incomprensibili parole di “Itaca” di Costantino Kavafis aiutano a riflettere. Là dove non ci sono più giovani, dove non c’è più lavoro, non ci sono più idee o hanno paura di emergere, là dove ci si conosce tutti e con tutti si familiarizza inizia la crisi. La scelta più difficile la compie chi decide di restare. Paradossale. Eppure è così. Fare i conti con le nostre realtà non è cosa da poco. Ci culliamo di vivere in piccoli paradisi, dove è ancora possibile sopravvivere senza particolari rinunce, lamentandosi, però, spesso e volentieri di tutto ciò che manca. Chi decide di restare fa i conti con un futuro sempre più difficile da immaginare. Ma se tutti riempissimo le nostre valigie di ricordi e di affetti, qui chi rimarrebbe?

Emigrazione

C’è in ognuno un odi et amo per la propria terra, che frena ogni possibilità di crescita. Le forze contrastanti si annullano e la risultante di questi sentimenti è pari a zero: limbo totale, un piede nella fossa e uno sulla terra. Qui il tempo si è fermato. Si fa fatica a mettersi in gioco e i pochi che lo fanno giocano da duri. Troppo facile partire, andare. Difficile restare e ancor più ritornare. Ma cosa ci offre la nostra “Itaca”? Poco. E cosa noi offriamo alla nostra “Itaca”? Ancor meno di poco. Senza di lei mai ci saremmo messi sulla strada. Kavafis dice che, ritornando in essa,  “se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso./ Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso/già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Dunque la vera sfida consiste nel ritornare al proprio nido, una volta formatisi altrove, e così dare forma e vita nuova alla propria terra. Ma parlare è facile.