Alluvione Solopaca

RITORNO NEL FANGO | Solopaca (1° parte)

di Salvatore Ferri

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SOLOPACA – Oltre la ringhiera di ferro battuto c’è un campo di calcio. Sotto uno strato marrone di terriccio e polvere c’è il cemento e non l’erbetta come sarebbe lecito attendersi, ma di palloni e suole di gomma, e gambe e urla e fischi quel campo ne ha visti e sentiti quanto un campo vero, di quelli che si vedono in tv o nelle periferie delle grandi città.

Oggi, trentatrè giorni dopo l’alluvione, mostra le ferite sotto il sole battente di un novembre forse mai così caldo. Quando la luce del giorno è ancora intensa si riescono a distinguere le linee di vernice delle due aree di rigore e parte del disco di centrocampo. I quattro pali e le due traverse delle porte sono un lontano ricordo, sommersi e distrutti dall’acqua e dai detriti. Quelle due porte sono rimaste in piedi per qualche giorno, poi hanno lasciato il rettangolo di gioco come un calciatore che lascia in barella il campo e sa che forse non potrà tornarci mai più.

Sul lato opposto alla ringhiera c’è un piccolo muretto di cinta, da anni precario e poco sicuro, che non ha perso troppo tempo a sprofondare giù con l’arrivo della massa d’acqua spinta dalla montagna. Adesso tutto quello che ne resta è uno squarcio lungo poco più di quattro metri. Insieme a lui è venuto giù di tutto: tronchi, massi e spazzatura di ogni sorta. Anche adesso che le ruspe lo hanno ripulito quasi per intero è difficile provare ad immergersi nella brezza fresca delle serate estive. Nella chiassosa armonia delle notti riempite dallo stridere delle suole di gomma degli scarpini sul cemento e dal tonfo sordo dei palloni calciati con forza contro le pareti di pietra. Dalle risate lanciate dalla balaustre di ferro e dai clacson fastidiosi occupati a rincorrersi sull’asfalto.

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Forse il campetto non tornerà mai più com’era. Forse nessun pallone rimbalzerà più su quel cemento causa di gioie e infortuni di gioco più o meno gravi. Forse. O forse la ricostruzione passerà anche da lì.

Oltre il campo e il muretto di cinta che fu, però, c’è dell’altro. Tre abitazioni, un frantoio oleario e una rimessa per autobus, per l’esattezza. E poi ancora, puntando verso la montagna che svetta imperiosa, il corso principale del ruscello “Saucolo”, fautore dell’inondazione. Le case adesso sono vuote, e buona sorte ha voluto che due delle tre lo fossero anche la notte del 15 ottobre scorso. Quelle immediatamente adiacenti al campetto di calcio non sono più occupate da tempo e oggi si presentano completamente devastate. Il fango sedimentato è ancora impresso sulle porte divelte e sui davanzali scheggiati delle finestre. All’interno i mobili sono sbucciati, le pareti mostrano i segni del livello raggiunto dall’acqua, i pavimenti si presentano gonfi e irriconoscibili.

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La terza abitazione era invece abitata al momento del disastro. E’ parte integrante di una palazzina di tre piani dove ha sede la rimessa degli autobus messa a dura prova dal fango, ma integra. Le quattro persone che vivevano all’ultimo piano hanno vissuto momenti di puro terrore, quella notte. Le scene raccapriccianti che hanno osservato inermi dal balcone probabilmente non le dimenticheranno mai, ma i danni alla struttura sono stati tutto sommato marginali. Nel frantoio, colpito in pieno dalla furia dell’acqua, i danni strutturali sono invece solo la punta dell’iceberg. Per le olive, si sa, ottobre è mese di raccolta e il processo di lavorazione ne è stato seriamente intaccato. Per settimane pale e scopettoni impugnati dai volontari hanno tirato via il fango da botole e macchinari, ma i segni lasciati dalla forza impressionante della pioggia sono ancora oggi duri a scomparire.

Verso il “Saucolo” lavorano a ritmo incessante gli escavatori: In quattro settimane tanto è stato il lavoro fatto ma tanto c’è ancora da fare. Il corso del torrente, deviato in un tunnel sotterraneo che attraversa la zona appena descritta, desta infatti ancora preoccupazione e ripulire l’alveo fin sopra la montagna non sarà uno scherzo. Il frutto del lavoro prodotto dalle ruspe è accontonato negli angoli: tronchi, cumuli di terra, vecchi copertoni. Tutt’intorno, seguendo una linea d’aria di qualche chilometro quadrato, a farla da padrona è la polvere. I camion carichi di terra scura lasciano tracce pesanti sull’asfalto e ricoprono senza riguardo le auto in sosta.

L’altra zona del paese colpita, quella in prossimità del fiume Calore merita un capitolo a parte. Ne parleremo tra qualche giorno.

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