Ceta Ue-Canada

L’Europa, il CETA e il grano canadese: il boia delle aree interne

Se n’è parlato molto spesso, e a questo punto verrebbe da dire che talvolta se n’è parlato pure a sproposito.

Fiera Di Calitri prova

L’Europa vicina al cuore pulsante della nazioni; l’Europa dei popoli e non delle burocrazie; l’Europa che parla la lingua più verace dei Paesi e non l’Europa serva dei mercati; l’Europa attenta alla spina dorsale della propria economia. Ecco, i concetti spesso ripetuti a sproposito sono pressappoco questi. Neanche un mese fa, il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo, ha approvato il CETA, acronimo inglese di Comprehensive Economic and Trade Agreement (Accordo economico e commerciale globale): su 695 votanti, 408 sono stati i SI’, 254 i NO e 33 le astensioni.

La firma prevede, tra le altre cose, l’abbattimento dei dazi doganali tra Unione europea e Canada, con tutto quel che ne conseguirà in termini di possibilità per le imprese, per le quali si aprono nuovi mercati all’insegna del liberismo più sfrenato, quasi deregolamentato. Certo, negare l’elemento di nuove opportunità sarebbe miope, e d’altronde è questa la ragion d’essere del mercato libero. Ma quell’”Europa vicina al cuore pulsante della nazioni; quell’Europa dei popoli e non delle burocrazie; quell’Europa che parla la lingua più verace dei Paesi e non quell’Europa serva dei mercati; quell’Europa attenta alla spina dorsale della propria economia”: ecco, proprio quell’Europa lì noi in questo accordo non la vediamo. In particolare, il riferimento è al settore agricolo, colonna portante dell’Italia appenninica, dalle Marche alla Sicilia.

Parlamento Europeo approva CETA

Talmente portante da essere il sostegno, insieme ad altre colonne, della Strategia Nazionale Aree Interne, che in Campania trova sbocco istituzionale nel Progetto Pilota Alta Irpinia. Proprio pochi giorni fa (leggi qui) il Progetto Pilota ha trovato un primo, importante e per certi versi inatteso risultato con il fondo regionale da 200 milioni per finanziare i disegni messi sul tavolo dai venticinque sindaci. Ma come si fa a sostenere atteggiamenti così ondivaghi? Da un lato le appendici comunitarie foraggiano lo sviluppo del settore agricolo, che nelle zone interne della regione ha una declinazione prettamente cerealicola, mentre dall’altro si firmano accordi transoceanici che mettono in serissimo rischio proprio la cerealicoltura. Decisioni così diverse tra loro non seguono un’unica direttrice politica, è fin troppo evidente.

Operazioni di scarico di grano di una nave arrivata in porto
Operazioni di scarico di grano di una nave arrivata in porto

Veniamo ai numeri, che, ahimè, non mentono mai. In Italia si producono annualmente oltre 5 milioni di tonnellate di grano duro destinato alla pasta – siamo il secondo produttore mondiale e il primo europeo -, su una superficie di 1,4 milioni di ettari. Dall’estero arrivano però 2,3 milioni di tonnellate all’anno (senza che ciò venga reso noto ai consumatori in etichetta): di queste, 1,2 milioni di tonnellate vengono importate dal Canada. Grano che va naturalmente a fare concorrenza (sleale) a quello nostrano, provocandone la caduta libera dei prezzi. Il grano canadese è difatti pieno zeppo di glifosato, un potente erbicida il cui utilizzo è vietato nei disciplinari in Italia perché riconosciuto come sostanza cancerogena. E proprio per la quantità che importiamo, un pacco di pasta su cinque di quelli che troviamo negli scaffali dei supermercati è prodotto con grano nordamericano.

Certo, il CETA prevede la tutela di 143 IG (Indicazioni Geografiche), ma non prevede la tutela di un qualcosa che è molto più di un marchio o, come dicono quelli bravi, di un brand: la qualità del cibo italiano.

(Sul tema, guarda qui la mia video-intervista a Gennarino Masiello, vicepresidente nazionale e presidente regionale di Coldiretti)

Domenico Bonaventura

Informazioni su Domenico Bonaventura

Classe 1984, lacedoniese d'origine e lacedemone di spirito. Direttore responsabile de Lanostravoce.info. Appassionato di attualità politica, sportiva e mediatica. Laureato in Scienze Politiche, indirizzo Comunicazione politica, economica ed istituzionale, presso la Luiss "Guido Carli" di Roma. Sono autore del saggio "Parole e crisi politica" (Ilmiolibro.it - 2013). Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti, collaboro con la redazione di Avellino de Il Mattino e sono responsabile di diversi uffici stampa.