Dj Fabo

SENTIRSI ULISSE | di Emanuela Sica

Come Ulisse da lontano senti il fragore del mare. Senti l’onda che divora la spiaggia e restituisce speranze spente, bagnate, fradice. Nella risacca di una tempesta improvvisa si lega alla disperazione, mista a carne viva.

pa_banner

“Perché – ti chiedi – vuoi ancora farmi sentire vivo?”. Forse è una condanna non riuscire ad avere quello che il corpo, ancora attanagliato dall’anima, pretende. Anima ferita a morte ma che ancora non si stacca. Ancora non scivola via, ancora rimane impigliata nelle reti del tempo, mentre un ritratto si agita nel chiaroscuro della vita. Soffri? La tua mancata risposta registra un pugno nello stomaco, una verità crudele strozzata in una preghiera mai veramente conclusa o forse inascoltata. Correvi o era il mondo a rincorrerti? Mortale giovane passeggero di questa vita, le spirali di fumo, l’incenso, dicono che, finalmente, sei arrivato nel duomo del tuo riposo. Le tue aspirazioni si sono fermate quando hai deciso di mordere quel pulsante. Con le forze che ti restavano hai deciso di spegnere l’immagine che proiettava la vita.

E si fermano qui, su queste scale, ancora pochi gradini e saresti potuto diventare vecchio, decadente figlio di una vita vissuta e temuta. Dimentichiamo troppo velocemente chi passa per le vie del cielo, lasciando che solo il presente conti nel nostro agire. Dell’avvenire ci cureremo domani, quando, probabilmente sarà troppo tardi. Potevi lasciar andare quel pensiero. Potevi cambiare direzione, cambiare strada, oppure soltanto fermarti a riposare ma la direttrice che hai tracciato sull’asfalto è stata presa prima di te dal destino. Destino che ti ha portato esattamente in quel punto dove tutto si sarebbe compiuto. Ancora le mani, gli sguardi, vinti della gente, fendono ed innestano una crepa profonda, infezione che si liquefa nei ventricoli, dolore che non sbiadisce ma si ritempra nel volto della luna. Una traccia dolorosa, una cicatrice che resta.

I tuoi occhi sono così belli e parlano ancora anche se sono chiusi. Raccontano di un dolore che ti impediva di essere quello che eri un tempo. Il dj che tutti conoscevano. La vita fatta persona. Lo stile, la particolare e sana follia di un ragazzo padrone della sua età e del suo corpo. Corpo ingiustamente rivoltato come un calzino, poi ridotto ad un brandello senza percezioni. Mummificato nelle emozioni, nella cecità più atroce e scarnificante. Se avessi avuto ancora la forza di guardare il mondo, se avessi avuto nell’iride la scintilla salvifica della luce, sono certa che non ti saresti lasciato andare nelle braccia della morte. Ma la sofferenza che già avevi non era sazia. Non le bastava possedere i tuoi muscoli. Pretendeva anche i tuoi occhi.

Ed è stato così che si è aggiunto il nero. Incessante, presente, costante, carico di vuoto e di assenze. L’inferno in cui eri finito era troppo da vivere, soprattutto da vivo. Era grande, vorticoso, asfissiante. Insomma era troppo, troppo e basta. Avevi il diritto di respirare, camminare, guardare, sentire, percepire, assaporare, mangiare, toccare e tanto altro. Ma la vita non è sempre fatta di diritti. Troppi sono i doveri che, a volte, la superano, la doppiano, la travolgono. Doveri anche inverosimili, terribili. Ma per chi era nella tua condizione l’aspirazione più grande era avere un ultimo diritto, diritto che ancora ci manca, che dicono sia “non nostro”. Il diritto di morire con dignità. Il diritto di non subire le gravi ingiurie di malattie inesorabilmente paralizzanti, mortali. Perché se la lotta con un barlume di speranza è una lotta…lottare in un sarcofago di ossa e muscoli assenti, senza la speranza di guarire, non è una lotta, è solo ingiustizia. È ingiuria.

E così hai deciso di passare dalle piaghe alle pieghe del dolce sonno ed hai avuto chi si è fatto carico di un reato per darti la libertà che ti spettava. Chi ha sfaldato i muri dell’ipocrisia e ha deciso di afferrare la forza ed il coraggio di dire “Basta”. Chi mai potrà giudicare la tua scelta? Nessun uomo di questo mondo. Perché nessuno sa cosa vuol dire vivere in un corpo che non è più il tuo. Nessuno sa cosa vuol dire sentirsi Ulisse…sentirsi appunto NESSUNO.