The land of the wind

Sannio e Irpinia, un deserto costellato da pale eoliche?

Negli ultimi tempi si discute molto del futuro delle aree appenniniche. Territori che per secoli hanno rappresentato una miniera di saperi e culture, vera e propria spina dorsale dell’identità italica.

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In un mondo sempre più globalizzato la riscoperta delle identità locali, sottratte all’omologazione dilagante – nella quale ogni differenza è riassorbita in un contenitore scialbo e indistinto – non è una solo una questione legata ad una battaglia di “retroguardia culturale”.

E’ sicuramente qualcosa di più. E’ la voglia e la necessità di immaginare un futuro vivibile per le popolazione appenniniche che – è proprio il caso di dirlo – ancora “resistono”, continuando a vivere in quei luoghi pur tra difficoltà immense.

Il Sannio e l’Irpinia sono tra i luoghi simbolo della dorsale appenninica. Terre di Mezzo. Ponti ideali di collegamento tra l’Est e l’Ovest dello stivale. Ma soprattutto, nostro malgrado, territori nei quali lo spopolamento e la desertificazione sono questioni drammatiche. La stima dei giovani che ogni anno lasciano le aree interne della Regione Campania è da brividi. Se il trand non dovesse cambiare tra 50 anni il Sannio e l’Irpinia rischiano di diventare luoghi fantasma.

Partiamo da qui, dunque. Dal principio. Perché il Sannio e l’Irpinia si svuotano, anno dopo anno, con un ritmo infernale? Per la disoccupazione crescente, certo. Per l’endemica mancanza di possibilità, assolutamente. Ma queste ragioni possono essere ricomprese in una questione più generale: l’incapacità delle classi dirigenti di immaginare un futuro a lungo termine, un’idea di sviluppo complessiva.

La vicenda legata all’eolico è esemplificativa. Negli ultimi anni intere zone della provincia di Benevento e Avellino, Fortore e Alta Irpinia in particolare, sono state oggetto di una disseminazione selvaggia di pale eoliche. Le “promesse di un tempo” (ritorno economico, occupazione) sono state tutte puntualmente disattese. Gli indicatori generali sul tenore di vita nelle due zone sono, se possibile, i peggiori delle rispettive province.

Dati i brillanti risultati della “politica dell’eolico” ci si sarebbe aspettato, dalle classi dirigenti locali e non, una presa di coscienza critica. E invece, come nel più classico degli aneddoti stereotipati sull’Italia, si procede ancora spediti verso la “favola eolico”. Nuovi territori rischiano di subire lo stesso livello di penetrazione. In alcune aree del Matese, vero e proprio tesoro naturalistico, sono già in corso i lavori per installare nuove pale. Ultimamente la lotta dei comitati dei territori contro l’eolico sembra aver acquisito una maggiore visibilità mediatica, ma allo sforzo lodevole degli attori di questa battaglia di civiltà manca ancora il supporto di una reale presa di coscienza da parte delle popolazioni.

Ma, ci si potrebbe chiedere, perché mettere in connessione la mancanza di un’idea di sviluppo con la questione legata all’eolico? Perché il nocciolo della questione è tutto qui. Perché è in atto – e ci sia consentita l’enfasi dell’affermazione – una vera e propria strategia di “dismissione” dei territori interni. Banalmente: territori destinati a divenire veri e propri deserti sul piano demografico, possono essere “riconvertiti” ad incubatori di energia (??), da utilizzare in altri e più fortunati luoghi.

Ed è per tale ragione che abbiamo definito la battaglia contro nuovi insediamenti eolici una battaglia di civiltà. Le aree interne della Regione Campania possono immaginare un’idea di sviluppo solo se iniziano a mettere a valore il loro bene più prezioso: il territorio stesso. La difesa e la promozione delle tipicità, l’implementazione delle eccellenze, la valorizzazione dei paesaggi e tanto altro ancora.

Ci si parano innanzi due prospettive. Il Sannio e l’Irpinia ridotte a deserti costellati da pale eoliche. Oppure il Sannio e l’Irpinia territori in grado di mettere in campo una nuova consapevolezza, attori di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

A voi la scelta!