Paolo Saggese

“Il processo” a Lacedonia: Paolo Saggese presenta il suo racconto fantastico sulla corruzione

LACEDONIA – Paolo Saggese torna nella sua Lacedonia.

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Dopo oltre un anno dalla presentazione di “Lettera a un giudice” (leggi qui), lo scrittore, che nel paese altirpino ha lasciato bellissimi ricordi dopo i suoi anni di insegnamento al Liceo Classico “Francesco De Sanctis”, sarà infatti oggi pomeriggio presso il Museo Antropologico Visivo Irpino per presentare il suo ultimo lavoro letterario, “Il processo. Racconto fantastico sulla corruzione” (Magenes, Milano, 2017).

L’appuntamento avrà inizio alle 18 con i saluti del sindaco di Lacedonia, Antonio Di Conza, a cui farà seguito l’intervento dell’avvocato Mariagrazia Passamano, esperto di corruzione internazionale. Chiuderà ovviamente l’autore, in un dibattito che sarà moderato dallo scrittore Michele Miscia.

Di seguito, proponiamo la recensione al libro scritta dall’avvocato Passamano.

Alcuni libri sembrano attenderti da sempre, appaiono un po’ come i grandi insegnanti capaci di leggerti dentro, di sognarti diverso, migliore. Rappresentano quell’incontro che avresti sempre voluto fare, quell’amico che sogni di riabbracciare, quello in grado di dirti sempre le parole giuste, quello che ti va di ascoltare quando tutto sembra perso e rassegnato dentro e fuori di te. I grandi romanzi sono luoghi che ci aspettavano pazienti, un appuntamento con l’inconscio, con la parte del nostro Io più taciturno. Alcuni romanzi rimangono circostanza, contingenza, ti sfiorano appena. Sono storie, storie di altri. Altri invece, quelli che io definisco i grandi romanzi, ti attraversano l’anima, ti emozionano a tal punto che non riesci a distaccartene, non fino a quando non hai raggiunto l’ultima pagina. Dopo l’ultima pagina la “frenesia ossessiva” si placa e il ricongiungimento con il mondo diventa più lieve, le tue pene sembrano placarsi e diminuire.

La copertina del libro di Saggese
La copertina del libro di Saggese

I grandi romanzi parlano di noi, delle nostre vite, dei nostri dubbi martellanti, ci raccontano le nostre inquietudini, ci scuotono e ci aiutano a “cogliere il mondo come una domanda”. Questi gli effetti dei grandi romanzi, questi gli effetti dei due romanzi “Lettera a un giudice” e “Il processo” di Paolo Saggese *. Ho letto questi due capolavori tutti di un fiato, senza pause. Consiglio di leggerli insieme, di comprarli insieme, in quanto “Il processo” rappresenta la continuazione narrativa di “Lettera a un giudice”. Sono dei racconti fantastici che narrano la storia di una sconfitta. Il protagonista Candido, nome ispirato all’omonimo personaggio di Pangloss di Voltaire, vi lascerà sempre più esterrefatti. Ricordo di aver provato la stessa attonita curiosità di fronte ai racconti e alle avventure del protagonista de “L’idiota”, ovverosia del principe Myškin, che è una specie di santo sconsiderato in un mondo peccaminoso, personaggio deriso e ridicolizzato da gente meschina e abietta, semplicemente perché difronte alle ingiurie che gli vengono rivolte lui arrossisce di vergogna per la bassezza altrui.

Candido, dopotutto, non è che un “idiota”, un ingenuo, un uomo onesto, un “utopista”, uno che per partecipare ad un concorso studia, studia tanto. È “l’uomo dei mulini al vento”, colui che lotta contro il cinismo, contro il clientelismo, contro la logica della raccomandazione e contro l’assenza dei diritti. Il suo dolore, è il dolore dei giusti. Un dolore che mi ricorda l’amara sorte del giovane Werther, la poetica intensità della pregustazione della grazia assoluta e poi del baratro come conseguenza di quel bagliore, di quella sfiorata e poi negata beatitudine. Candido sembra condividere con il giovane Werther e anche con Jacopo Ortis, il conflitto tra ideale e reale, tra ciò che è e come si vorrebbe che fosse e altresì quell’individualismo, quella solitudine, dell’eroe che combatte titanicamente contro le convenzioni della società e contro un destino che sembra già segnato. Candido solo con i suoi libri, che si rifugia nelle parole di Francesco De Sanctis, di Lucilio, di Marco Aurelio per fugare le brutture e le storpiature dell’umano vivere. Sullo sfondo vi è la corruzione, che come antagonista indiscussa, come il “Don Rodrigo” e il principe “Piotr Alexandrovic Valkovsk,” arriva a falciare, a spazzare via i sogni, le speranze, la progettazione futura degli onesti e degli umili.

L’espressione “corruzione”, derivante dal latino corrumpĕre, disfare, guastare, alterare, evoca, già nell’etimologia, tutta la potenzialità nociva dell’atto. L’immagine è quella di una crepa, di una rottura rispetto all’integrità e alla compostezza richiesta da un ruolo. “Lettera a un giudice” e “Il processo”, riescono a cogliere accuratamente gli effetti distruttivi e devastanti della corruzione, che, in questa sede assume una veste insolita e molto peculiare. Com’è noto, il reato di corruzione è inserito nel nostro codice penale, tra “i delitti contro la pubblica amministrazione”. Ciò significa che oggetto della tutela penale è, dunque, l’interesse della P.A. all’imparzialità, correttezza e probità dei propri funzionari. Sul piano culturale ed emotivo, la corruzione essendo basata sull’idea di reciprocità tra corrotto e corruttore, risulta essere, così come sottolineano da celebre dottrina, quasi priva di una vittima immediatamente percepibile. L’autore invece, attraverso il costernato racconto del suo protagonista, mostra con tutta evidenza, quali possono essere gli effetti lesivi a livello esistenziale della corruzione. Evidenzia, attraverso il suo racconto fantastico, quanto la fenomenologia corruttiva possa, di fatto, impedire il raggiungimento degli obiettivi di soddisfacimento e di realizzazione personale.

Queste caratteristiche contenutistiche e tematiche si riflettono sulla struttura del romanzo, che nella “Lettera a un giudice” è di genere epistolare. Nelle lettere che Candido scrive al Giudice, il quale assume in tal modo quasi il ruolo del confidente, si sviluppa un lungo monologo da cui emergono tutti gli aspetti sfaccettati della personalità del protagonista e della sua “resistenza”. Lo stile è alto, ma non diventa mai puro virtuosismo estetico, non assume mai un carattere “elitario”. È opera letteraria che incontra il “volgo”, che accoglie e che consola. A tratti, il tono pacato viene tradito dall’amarezza ironica dell’autore, soprattutto ne “il Processo”. Sono dei romanzi che non si dissociano autisticamente dalla realtà anzi, al contrario, si mostrano come sentieri aperti al grido indignato dei vinti e come rifugio fraterno e consolatorio degli uomini che, come scriveva Pasolini, “preferiscono perdere piuttosto che vincere in modo sleale”. In alcuni passaggi ho rivisto i miei ultimi dieci anni, il mio amore per il diritto, per la letteratura e per la giustizia.

Di fronte alle citazioni di Piero Calamandrei, di Francesco De Sanctis, di Italo Calvino, di Seneca, di Marco Aurelio mi sono commossa più e più volte. Questi due libri mi hanno accarezzato l’anima; ho ritrovato in essi le parole consolatrici di un amico, del mio adorato e “combattente Professore”, di colui che ha saputo portare “il fuoco” per la conoscenza nella mia vita; di una persona che, anche grazie ai suoi libri, si unisce al coro dei non rassegnati, di quegli uomini giusti che sono, nonostante tutto, ancora capaci di lottare per la realizzazione del “migliore dei mondi possibili” [Pangloss nel Candido di Voltaire, traduzione di Paola angioletti, Newton Compton, 2013].

Mariagrazia Passamano