occupazione immigrati

La triste storia di una strada occupata. Ovvero: quando la rete si trasforma in una cloaca

Negli ultimi tempi le discussioni intorno al ruolo che i social media hanno acquisito nella costruzione dell’immaginario collettivo si fanno sempre più preoccupate.

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Sono in molti a denunciare il contributo che la particolare natura della “comunicazione via social” ha offerto al dilagare di una narrazione tossica del mondo e della società.

Da questo punto di vista la questione migranti è particolarmente significativa. Anzi, a dirla tutta, è la questione.

Una questione che sembra aver completamente travolto finanche la possibilità di affrontare il tema in termini politici, ovvero con un approccio equilibrato che provi ad individuare “soluzioni” spendibili. Il banco è saltato. Numeri e dati, sui quali si potrebbe avviare un ragionamento collettivo, lasciano il posto ad un racconto – quotidianamente rilanciato – che prescinde completamente, o quasi, da ogni fattore oggettivo. Un nuovo e deleterio immaginario collettivo che tiene dentro tutti: classe politica, mondo dell’informazione, opinione pubblica. Una realtà nella quale le reazioni non sono più commisurate ai fatti, ma si amplificano e si alimentano all’interno di una vera e propria bolla deformante.

Ed allora può accadere che nel comune di Castelvenere un gruppo di migranti – non più di una decina – occupino per qualche ora un’arteria stradale. Qualche materasso adagiato a terra, forse un paio di cartelli. Motivo della protesta lo snellimento per le procedure di cittadinanza e l’ottenimento dei documenti, elemento imprescindibile – si badi bene – anche solo per poter cercare un lavoro.

Voglio essere chiaro sin da subito: chi scrive ritiene questo tipo di protesta sbagliata, profondamente sbagliata, non solo ed ovviamente perché fuori dai confini della legalità, ma anche perché lesiva delle rivendicazioni dei migranti stessi. Fuori luogo e fuori tempo, per intenderci.

Fatta questa precisazione che dovrebbe mettermi al riparo – si spera – dal trito ritornello del “portateli a casa tua”, vorrei andare dritto al punto.

La reazione che questo fatto ha scatenato in una parte – ahinoi – estremamente consistente del “popolo di facebook”, è stata letteralmente senza controllo e senza senso. Uno stillicidio di odio, un travaso di bile che difficilmente trova la sua spiegazione solo nell’avversione “alle modalità della protesta”. L’occupazione di una strada per poche ore, che sicuramente avrà creato qualche problema –  ma che altrettanto sicuramente non avrà stravolto fin nelle fondamenta la vita di un’intera comunità – si trasforma come per magia in un fatto epocale. Nel tradimento definitivo dei valori della civiltà occidentale, più di un’eventuale sconfitta di Carlo Martello a Poitiers. Nella conferma empirica delle tesi di Lombroso su certe attitudini dei popoli africani. Nella chiamata alle armi del popolo sovrano contro lo straniero usurpatore.

Una distanza siderale tra il “fatto” e la “reazione”. Uno scarto incolmabile tra la “realtà” e la “realtà percepita”. Ed è solo la percezione che un mostro sia pronto ad attraversare l’uscio di casa tua che può indurre (neanche questo in verità, ma tant’è) ad invocare “uno sterminio di massa”, l’utilizzo “di lanciafiamme”, le “invocazioni al Führer”. La percezione che esista un nemico da abbattere, un nemico responsabile di tutti i guai che affliggono la vita di ognuno, e che questo nemico sia individuabile in un gruppo di migranti che occupano per qualche ora una strada.

La nostra non è terra d’odio, non lo è stata e non lo sarà mai. La nostra è terra di speranza; una speranza che si è condensata plasticamente nei fantastici giorni dedicati ai Riti Settennali di Guardia Sanframondi. Giorni nei quali la rete si è fatta megafono di messaggi d’amore e di comunione.

Ed è francamente triste vedere la stessa rete trasformarsi in contenitore d’odio.

Come si è giunti a questo? Francamente non lo so. So solo che tutti ne siamo responsabili. Nessuno può dirsi esente da colpa. E so anche che nessuno è chiamato a “tirarsene fuori”. La rete è uno spazio pubblico che va democraticamente presidiato.

In ballo c’è la più importante di tutte le sfide: restare umani.