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Dalla cultura del business al business della cultura

RED. – Il Rapporto annuale curato dall’Istat evidenzia per il 2016 una crescita del numero di visitatori di mostre, musei e siti archeologici, con percentuali più alte al Nord rispetto al Sud.

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La relazione permette di affermare che la cultura, da interesse qualificato della collettività, si trasforma progressivamente in nuovo bene di consumo, a tutto vantaggio del PIL. C’è dunque una speculazione economica che intercetta i bisogni del bello, del gusto, delle ultime tendenze, della cultura che è cool. Gli operatori del settore fanno i conti con il marketing, muovendosi lungo la parabola tracciata dalla finanza e dall’economia. La strategia per creare il contatto tra l’opera e l’osservatore appassionato diviene analisi del rapporto tra prodotto e consumatore, verifica delle misure atte a creare desiderio di acquisto.

A dispetto di chi tuonava che con la cultura non si mangia, tour operator, aziende specializzate nel settore dell’ospitalità o curatori di mostre affamano i loro potenziali clienti, rendendoli hungry travellers. È l’obiettivo che si pone, tra gli altri, Fico Eataly World, un centro per divulgare la filosofia e la cultura dell’agroalimentare targato Italia, proprio mentre si bussa alle porte di Bruxelles per rivedere le tutele sul made in Italy. È questa una realtà sviluppata nell’orbita di una città metropolitana come Bologna, ma gli adattamenti dello stay hungry stay foolish di Steve Jobs si atteggiano a imperativo categorico anche per il business della cultura e per il turismo enogastronomico quale chiave di volta nella rinascita delle aree interne. Territori a prima vista marginali e periferici possono auspicare al ruolo di laboratori per nuovi modelli di sviluppo, creativo e solidale, cogliendo la ratio della Strategia per le Aree Interne.

E se da qui si aprisse una strada che si arricchisce anche di un rinnovato mecenatismo? All’inizio fu l’operazione Colosseo. L’Anfiteatro Flavio, simbolo della storia e della cultura italiana, esso stesso brand del made in Italy, è stato oggetto di un restauro finanziato dal gruppo Tod’s. Da allora, sempre più spesso, il patrimonio storico, artistico e naturale ha beneficiato dell’intervento di aziende che hanno deciso di promuovere e valorizzare la cultura, donando al Paese sensibilità e impegno concreto. A voler leggere il lato oscuro, si metterebbero in luce i ritorni d’immagine per gli stessi portatori sani di mecenatismo: pubblicità gratuita per chi sponsorizza. A voler guardare il risultato pratico, si ammira l’indiscutibile successo della collaborazione tra pubblico e privato, una forma fluida e avanzata della sussidiarietà orizzontale. La partecipazione attiva dei cittadini alle azioni riguardanti la cura d’interessi di rilevanza sociale migliora la capacità delle Istituzioni di dare risposte ai bisogni della collettività. La considerazione muove verso il rischioso campo dell’utopia, ma è l’incontrovertibile assunto per il quale, prendendo in prestito il pensiero di Robert Kennedy, il PIL non terrà mai conto della nostra felicità o della bellezza della nostra poesia.

Informazioni su Giuseppina Meola

Irpina, è cresciuta sulla morbida collina di Montemiletto. In tasca una laurea in Giurisprudenza e un Master in Organizzazione e Funzionamento della Pubblica Amministrazione, tifosa della Costituzione italiana e appassionata di diritto dell’Unione europea. Amante dell’arte, osservatrice curiosa, affascinata dalle idee che diventano realtà. Legge e scrive per non far tacere l’anima.