Ingroia. Manca la formalizzazione ma…il dado è tratto

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Solo in nome di questa costituzione che da qui potrà partire la vostra, la nostra rivoluzione civile. Io ci sto e la vostra risposta la nostra riscossa civile è alta e se la risposta di tutti sarà alta lo sarà anche la mia”.

Con queste preziose parole, dal sapore autentico di una rivoluzione dei principi e delle coscienze, è partito l’impegno politico di Antonio Ingroia. E lo fa in nome della Carta Fondamentale del nostro paese, che in questi ultimi anni stava perdendo la sua dignità. La formalizzazione della candidatura non è avvenuta ma manca ormai poco. L’ex pm della trattativa, in un comunicato lasciato all’Adnkronos, ha fatto sapere che scioglierà la riserva “tra il 28 e 29 dicembre” se si concretizzeranno le condizioni che egli stesso ha posto durante l’assemblea indetta al Capranica. Di che riserve si parla?

Beh, a primo impatto, sono delle riserve abbastanza sui generis per un neofita della politica. Chiedere ai politici di fare un passo indietro, avere la capacità di mettersi in seconda fila, può essere inteso come una smania di protagonismo di Ingroia. Ma tutto ,invece, rientra nella sua perfetta filosofia politica. Non si può parlare di rivoluzione civile, sostiene il magistrato, se si chiede alla politica di stare davanti. La politica, questa volta, deve avere la bontà di stare in “seconda fila” se il progetto di rinascita morale deve partire. Questa volta, deve essere la società civile ad avere la meglio. Ad avere diritto di parola.

L’assemblea convocata qualche giorno fa al Capranica ha richiamato sostenitori e semplici curiosi che hanno voluto assistere alla nascita di questo movimento.

Il punto di forza sono i dieci punti del manifesto politico e di cambiamento. Un manifesto programmatico, che spazia tra lavoro, antimafia, giustizia ed eguaglianza sociale, di cui lo stesso Ingroia ne è il primo firmatario. Tutti temi che sono a cuore del magistrato e che spera possano entrare nel dibattito elettorale diventando patrimonio spendibile nel confronto con la società civile. Non si può prescindere da questi, se si deve mettere in moto la macchina del cambiamento. La lotta alla mafia come punto di forza per una rinascita non solo morale ma anche economica del nostro paese. La questione morale, tornata di impatto nel dialogo con la società civile, quella stessa questione morale che anni prima era stata un cavallo di battaglia di Berlinguer, consacra Ingroia a nuovo simbolo di speranza e pulizia morale.

E lui, nel suo nuovo ruolo, dimostra di stare proprio bene. Abbandonata la compostezza della toga, ha offerto di sé l’immagine di un politico volenteroso di portare a casa questo progetto. Espressioni determinate e parole ben scandite, gesticolare di chi ormai ha intrapreso con grinta e passione un impegno ancor più prestigioso. Dimostra di avere la stoffa del leader, del trascinatore. Di colui che sa che ora più che mai la mafia va combattuta dentro il palazzo, mettendo a nudo le meschinità della classe dirigente che per troppi anni ha mantenuto rapporti con essa. A differenza di tutti gli altri esponenti di partito, compassati e molto legati alla logica del potere, Antonio Ingroia affronta questo nuovo ruolo, portandosi dietro l’eredità di magistrato attento ai bisogni della polis. Del resto, chi meglio di un giudice, può diventare cassa di risonanza e tradurre le istanze della collettività in progetti di legge?  Sarà un’avventura particolare quella che si dischiuderà per il magistrato siciliano.

L’idea di Ingroia è quella di creare una lista civica nazionale con l’ambizione di raccogliere al suo interno le migliori forze del paese. Quelle che possono realmente apportare un contributo per la sua rinascita. Ha chiamato Maurizio Landini, segretario della FIOM, strenuo difensore dei diritti dei lavoratori da politiche sociali troppo legate a logiche di salvezza della parte datoriale, Luigi Ciotti fondatore di Libera la più importante associazione antimafia impegnata nel recupero dei beni immobili confiscati alle mafie da destinare ad un riutilizzo sociale. I giornalisti che hanno subito gravissime censure e che durante i precedenti governi targati Berlusconi hanno cercato di diffondere informazioni veritiere su quella che era la reale situazione politica italiana. Articolo 21, Sandro Ruotolo, Michele Santoro. “non vi chiedo di candidarvi-dice scherzosamente Ingroia- ma se volete, ne sarei contento” . Tutte le persone migliori che l’Italia possiede e che adesso, secondo la “filosofia ingroiana”, devono farsi avanti.

Da ultimo, e non perché meno importante, la società civile. Quella che io vorrei definire davvero la parte lesa di questa politica. Che ha conosciuto l’umiliazione di una tassazione che colpisce i poveri e mai i ricchi, che vede scappare i suoi migliori ricercatori all’estero per trovare un lavoro e avere riconoscimenti dalla comunità scientifica. Quelli che sono stanchi di promesse fantoccio e vogliono risultati concreti.

La società civile della mia generazione, che riesce ancora  sopravvivere perché sorretta da un sogno, una speranza di cambiamento. Che nelle migliori personalità cerca una speranza di riscatto. È a lei, che Antonio Ingroia dedica il suo pensiero e la sua nuova missione.

La scelta del magistrato di impegnarsi attivamente, ricordo che ancora non ha sciolto la riserva sulla sua candidatura, ha sortito le reazioni più varie tra i colleghi magistrati e sta riaprendo con vigore il tema dell’opportunità per un magistrato antimafia che ha affrontato inchieste delicate e scottanti di scendere in campo.

L’accusa è tra le più dure: quella di aver strumentalizzato gli anni di lavoro per una carriera politica. Di accuse, Antonio Ingroia ne ha collezionate tante. Quella del PM politicizzato, del pm comunista,di essere una toga rossa e adesso, per tenere fede a tutte le variazioni cromatiche dei colori caldi, di essere una toga arancione… anche questa volta con tutta la grinta e la determinazione che lo contraddistingue ha dimostrato di saper smontare questa accusa, con l’arma dell’onestà e della chiarezza soprattutto. “Il magistrato è un cittadino che ha diritto di elettorato passivo come tutti gli altri. Quello che conta è che come magistrato abbia fatto bene il suo dovere e che sappia dare un contributo anche in politica”.

La chiarezza che è propria di chi sa di aver svolto con passione e serietà il proprio lavoro.

Non solo le istituzioni o gli stessi magistrati, si interrogano su questo passo. Anche la società civile. Siamo all’assurdo  Un magistrato antimafia che decide di candidarsi, deve chiedere scusa se lo fa? Deve montare giustificazioni abbastanza convincenti e ottenere il placet dalla società civile? O perché in questo caso, solo perché la persona si chiama Antonio Ingroia era più che doverosa l’autorizzazione collettiva da parte di tutti noi?

Quando nell’ottobre del 2012, Antonio Ingroia si proclamò partigiano della Costituzione, fece una scelta importante, quella di servire lo stato avvalorando i principi della carta fondamentale.

Tanti giovani in quel momento, chi più chi meno, si sono sentiti chiamati in causa perché conoscono il valore fondante di quelle disposizioni. Ed è proprio questo il punto.

Stiamo attraversando una fase delicata della nostra storia repubblicana. Io credo sia necessario che venga posto in essere un atto di responsabilità e che questo atto venga pienamente condiviso soprattutto dai giovani, dalle nuove generazioni che, al di là dei partiti, devono stare comunque al fianco di chi della legalità ha fatto una fonte di ricchezza umana.

Credere in quella Carta significa credere nello Stato di Diritto, per troppo tempo bistrattata e messa da canto.