INTERVISTA Andrea Faccioli, in scena ad Imola sabato 28 febbraio con Iceberg

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Il gruppo Artisticando, dopo la commedia “La vera storia di Ceneronzola”, si è cimentato in una nuova avventura teatrale. In prima serata sabato 28 febbraio alle ore 21 al teatro dell’Osservanza di Imola andrà in scena “L’ICEBERG”, uno spettacolo interamente costruito sull’ improvvisazione con momenti di grande comicità, oltre che di chiari riferimenti a quanto accaduto nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1912, ovvero alla collisione del Titanic con un iceberg. La trama del film “Titanic ” è il pretesto per parlare dell’Italia di oggi. La regia è affidata ad Andrea Faccioli, il quale gentilmente ci ha rilasciato quest’intervista.

Perché dirigere “Iceberg”?

Quando mi chiedono perché faccio qualcosa di solito rispondo “Perché no?”. L’ICEBERG è stata l’ennesima sfida; mi volevo cimentare in una ricerca, trovare un modo diverso per arrivare ad avere fra le mani uno spettacolo, così, dopo un anno in cui ho lavorato principalmente sull’improvvisazione, mi è venuto naturale sfruttare al massimo quanto avevo imparato.

Il titolo dello spettacolo è molto sui generis. Per quali motivi hai scelto proprio questo?

L’iceberg rappresenta il male, l’inevitabile. È uno dei temi cari al Teatro dell’assurdo, l’incombenza di qualcosa di non ben definito, ma che non viene mai messo in discussione. Fino ad impazzire, fino a che il solo pensiero di tale situazione diventa opprimente, insopportabile. Mi sembrava che fosse una buona metafora per parlare dell’oggi, il nostro quotidiano, costellato di non-scelte, tempestato di binari senza scambi. Mi sembrava un buon modo per parlare dell’Italia e degli italiani, che sempre di più mi appaiono inerti, rassegnati, ed abituati a subire senza tentare mai nulla. Come schiavi di quest’idea che in fondo non cambi mai niente e la storia, anche futura, è già scritta e immutabile.

Si basa sull’improvvisazione. Ci spiegheresti meglio in cosa consiste?

Improvvisare per me non significa certo andare in scena senza avere idea di cosa dire e cosa fare. Il contrario: la conoscenza della trama, del personaggio, della relazione che esso ha con ciascuno degli altri personaggi, lo sviluppo della sua psicologia, gli sconvolgimenti della storia, i piccoli avvenimenti e le azioni necessarie devono essere talmente chiare e innate nell’attore da indurlo ad agire e parlare senza dover ricorrere alla memoria. Semplicemente si crea in lui l’esigenza di fare e dire quanto serve alla storia per proseguire. Così la recitazione (se così vogliamo ancora chiamarla) diviene molto più credibile e naturale, dal momento che a tutti gli effetti quanto viene detto e fatto non è scritto o imposto da nessuno, ma è un pensiero o una azione che nasce naturalmente dall’esigenza del personaggio. Questa credo sia la grande forza del metodo che abbiamo sviluppato.

In che modo hai affrontato questo metodo di preparazione dello spettacolo con gli attori?

Per oltre un anno, ho lavorato coi miei otto attori per sviluppare tecniche ed esercizi di improvvisazione attraverso i quali poter costruire un vero e proprio spettacolo, senza dover scrivere alcuna parola. Una bella sfida, non si tratta di commedia dell’arte, il metodo consiste nello stabilire un “terreno comune”, tecniche che gli attori devono imparare a padroneggiare per poi usarle quasi inconsapevolmente durante lo sviluppo della scena. Così, dopo questa prima parte puramente propedeutica si passa alla fase più creativa, ovvero la costruzione dei personaggi a partire dagli attori. Si viene a formare una sorta di “io condiviso”: una porzione della propria personalità viene appunto condivisa con questo essere metafisico, ma tremendamente concreto, che è il personaggio. Successivamente questi esseri si trovano a dover interagire, partendo da cosesemplicissime per poi arrivare a situazioni limite, complesse. Poi i personaggi ripetono gli esercizi imparati dagli attori, ed ecco che nascono le scene.

Emerge il riferimento al Titanic, il transatlantico britannico diventato famoso per la collisione con un iceberg nella notte tra il 14 ed il 15 aprile 1912. Il Titanic è uno dei protagonisti di questa storia oppure è solo un pretesto per parlare di altro?

Il Titanic è un pretesto ed un ottimo supporto. Una trama tanto nota ci aiuta a ricamarci sopra di tutto. Ci permette di sconvolgere quanto abbiamo visto praticamente tutti nel film. Su questa base solida è stato possibile inserire un po’ di tutto. Il protagonista secondo me rimane l’iceberg che è una metafora per parlare dell’incombenza delle cose, mentre il Titanic che abbiamo creato è una nave che rappresenta certamente l’Italia di oggi.

Ci sono riferimenti all’attualità?

Abbiamo voluto parlare di oggi, dell’Italia. Il nostro Jack per me è l’emblema dell’italiano medio, purtroppo. Non vuole essere una polemica sterile e disfattista, ci sono entrambe le facce della medaglia, personaggi “positivi” e personaggi “negativi”, come a voler rappresentare la totalità delle tipologie di persona. Ma senz’altro emerge su tutto questo fatto di lasciarsi vivere addosso senza mai agire davvero, quasi accecati dal mondo e dalla sua frenesia, fino a non accorgersi più di nulla. Jack subisce una storia che non riesce nemmeno a scalfirlo, tanto è preso dal nulla, dal quotidiano pensare alle cose piccole e inutili.

Perché viene considerato uno spettacolo diverso?

Lo considero diverso per come è nato e per come è stato creato. Il fatto di non avere un testo lo rende certamente un lavoro particolare, in continua evoluzione. Diverso anche per gli attori, che costantemente sono messi alla prova. Da meri esecutori di una parte divengono a tutti gli effetti autori, dunque la loro creatività è totalmente in gioco, rendendo a mio avviso più pieno il loro lavoro. Diverso anche per il regista, anch’egli terribilmente libero di inventare e costruire scene completamente da zero. Insomma, sicuramente è un approccio stimolante. L’assenza di un testo lascia uno spazio di manovra enorme, quasi spaventoso, che noi abbiamo potuto gestire solo grazie ad una trama forte e nota.

Cosa vorresti arrivasse di “Iceberg”?

La provocazione. È un tentativo di spingere lo spettatore a riflettere. A cercare risposte più profonde e non immediate. È uno spettacolo denso di riferimenti e metafore che speriamo servano come innesco per un ragionamento complesso. L’alternanza quasi disumana fra momenti comici e momenti drammatici serve proprio a spingere lo spettatore ad andare oltre la singola risata o la singola lacrima, ma a cercare un tutto emotivo più ampio e coeso. Un po’ una battaglia anche contro le definizioni rigorose, come “commedia” o “dramma”, che nell’arte servono sicuramente, ma solo per essere infrante e calpestate quanto più spesso e diversamente possibile.

Come inviteresti i possibili spettatori per non perdere questo spettacolo teatrale?

Portate il pranzo al sacco.