INTERVISTA | Ignazio Oliva, ancora su Raiuno con Braccialetti Rossi 2

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Come ogni domenica, anche questa sera torna “Braccialetti Rossi2”, la fiction di Giacomo Campiotti che sta emozionando il pubblico televisivo anche in questa seconda stagione. Ignazio Oliva interpreta il padre di Davide. E’ un insieme di intelligenza e gentilezza, un attore con gli occhi pieni di sfumature. Questa è l’intervista che gentilmente ha concesso alla redazione de La Nostra Voce.

Chi è Ignazio Oliva oggi?

E’ un padre di famiglia; è anche un quarantenne che fa un mestiere strano che è quello dell’attore, una professione che ama ed è grato alla vita per questo.

In queste settimane ti vediamo nella seconda stagione di “Braccialetti Rossi”. Interpreti il padre di Davide, ci racconteresti meglio del tuo personaggio?

Rispetto alla prima, in questa seconda serie sono un pochino meno presente. Gli adulti vengono un pochino messi da parte per lasciare spazio ai giovani, i veri protagonisti di “Braccialetti Rossi 2”. Avevamo lasciato il mio personaggio nella scorsa stagione afflitto dalla perdita del figlio Davide; ora la sua compagna, interpretata da Laura Chiatti, aspetta un bambino e mi vedrete tornare in ospedale per un principio d’aborto. Per fortuna la vita avrà un risvolto positivo con la nascita del figlio.

La serie, amatissima dai ragazzi, riesce ad affrontare argomenti come la malattia, la vita fuori e dentro l’ospedale, senza allontanarsi troppo dal mondo reale con eccessivi colpi di scena. Qual è la vera forza di questa fiction e di tutti i suoi protagonisti?

La forza della fiction è la forza del messaggio secondo me, ovvero quello di rendere normali persone che di fatto hanno problemi di salute molto gravi. All’interno di un ospedale, c’è vita ed è questo che viene raccontato; c’è molto dolore ma anche molta speranza e gioia. Questa seconda stagione cerca di far capire che la vita deve essere vissuta sorridendo, sempre e comunque.

Hai studiato recitazione presso il Teatro Cinque di Milano e il Piccolo Teatro di Campopisano di Genova, oltre che all’estero. Quando hai capito di voler intraprendere questa strada?

Posso dirti che la recitazione era la mia seconda passione. Io frequentavo l’università, più precisamente Scienze politiche. Di giorno mi preparavo per gli esami accademici, la sera studiavo recitazione. Quando ho finalmente compreso che potevo vivere facendo l’attore, mi sono affrettato a terminare gli studi universitari, anche perché sentivo che era un capito che andava chiuso.

Cosa ami e cosa non di questo mestiere?

Amo al 90 % il mio mestiere perché è una ricerca continua; mi piace poter interpretare personaggi lontani da me e, facendo l’attore, riesco anche ad eclissarmi in realtà che non sempre mi appartengono. Di contro, la precarietà; posso dire che mi piacerebbe lavorare di più, anche se questo fa parte della condizione di svolgere questo mestiere.

Hai recitato a teatro in diversi spettacoli per poi debuttare nel mondo della televisione e del cinema. Quali sono le difficoltà che oggi un attore deve affrontare prima di potersi affermare?

Credo molto nello studio. Prima di essere veri attori, bisogna fare delle buone scuole di teatro e delle sane palestre di set. Non è semplice fare questo mestiere; in primis, bisogna avere un bravo agente che deve credere in te, è necessario trovare il film giusto che ti possa permettere di farti conoscere al pubblico con abbia una buona produzione e una buona distribuzione. Il talento è fondamentale ma non è detto che con questo tu riesca a sfondare.

Sei stato tra i protagonisti di “Diaz”, il film di Daniele Vicari che ricostruisce la notte del 21 luglio 2001 a Genova, durante il G8, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nella scuola Diaz, dove alloggiavano 93 persone tra ragazzi e giornalisti. Quale significato ha avuto prendere parte a questo film?

Ero a Genova in quei giorni. In quella sera, eravamo a cena e vedemmo tante persone che uscivano insanguinate. Sono entrato nella scuola e non sono riuscito a superare il pianterreno: c’era sangue ovunque. Quando vedi un’ingiustizia perpetrata con la violenza, viene da ribellarsi. Fare questo film è stato un onore perché anche se il mio ruolo è stato piccolo, è importante ricordare quello che è successo in un’Italia dove c’è stata una totale assenza di democrazia da parte di forze dell’ordine.

Sei stato diretto da alcuni dei più importanti registi, da Bernardo Bertolucci a Riccardo Milani, da Giacomo Campiotti a Fabrizio Costa. Cosa vuol dire essere diretto da questi signori del cinema?

E’ un grande onore essere scelti da questi registi! Quando sono stato diretto da Bertolucci ricordo di essere davvero al settimo cielo, ero molto giovane ed ero emozionatissimo per questo ruolo. E’ praticamente impossibile recitare solo ed esclusivamente con i grandi. Quando accade sono felicissimo.

Cosa pensi dello scenario della fiction di oggi?

La televisione è generalista e in quanto tale deve abbracciare tutti i gusti del pubblico. Secondo me, manca anche qualcosa. Penso che oggi lo spettatore sia molto passivo; c’è molta narrazione, soprattutto nei dialoghi e questo può avere dei pro e dei contro. La televisione è un mezzo potentissimo che può arrivare a tutti; proprio per questo si deve fare molta attenzione a come la si usa.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Un progetto teatrale di Cechov, molto molto interessante con Vinicio Marchioni.