INTERVISTA | Lino Guanciale, dal teatro alla tv: su Raiuno ne La Dama Velata

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Abruzzese di origine, Lino Guanciale si è diplomato all’Accademia Silvio D’Amico di Roma, prima di iniziare una brillante carriera. Con un passato da rugbista e da più bello del liceo, arriva al piccolo schermo con un sostanzioso curriculum teatrale ed esperienze cinematografiche importanti, avendo partecipato a popolari fiction che gli hanno dato notorietà tra il grande pubblico, come “Che Dio ci aiuti” e “Una grande famiglia”. Dal 17 marzo, lo vedremo nella nuova fiction di Raiuno “La Dama Velata”, diretta da Carmine Elia e prodotta da Lux Vide e Mediaset Espana: si tratta di una coproduzione italo-iberica ambientata agli inizi del Novecento. Lino Guanciale sarà Guido, il marito di Clara, interpretata da Miriam Leone, un nobile affascinante e dal passato misterioso e inquietante.

Chi è Lino Guanciale quando cala il sipario?

Un uomo molto semplice, attento a capire come essere utile ad una società difficile come la nostra.

Per quali motivi hai deciso di intraprendere la carriera attoriale?

Sentivo di avere bisogno di trovare un “ponte” per comunicare con le altre persone. La prima volta che sono salito su un palcoscenico, ho sentito proprio questo: riuscivo a percepire una vera attenzione e un vero interesse degli altri ad ascoltarmi, per emozionarsi o conoscere cose nuove. La mia vera passione nella vita è “ascoltare”, e mi emoziono quando vedo che riesco a farmi “ascoltare” da qualcuno. D’altra parte, ascoltare è una cosa che disimpariamo ogni giorno di più: forse il teatro serve proprio a insegnarci di nuovo a farlo.

Per ben dieci anni hai giocato a rugby e sei stato anche nella nazionale giovanile. Rugby e recitazione hanno qualcosa in comune?

Il rugby è uno sport dove la squadra è tutto: anche i più bravi hanno bisogno dell’appoggio di tutti i compagni per riuscire a vincere. Quella regola che obbliga ad avanzare passandosi la palla solo all’indietro costringe in ogni momento a guardarsi attorno per trovare qualcuno “dei tuoi” pronto ad aiutarti. La recitazione, un po’ come dicevo già prima, è l’arte di entrare in rapporto con “l’altro” (sia il personaggio che interpreti, sia i colleghi con i quali ti trovi a lavorare). Si recita bene e si è felici quando si recita, solo se si realizza una perfetta sintonia con “l’altro”. Si tratta, dunque, di due discipline con regole molto simili! Bisogna sostenersi vicendevolmente! Sarebbe bello che tutta la vita funzionasse secondo questo principio di solidarietà.

Ti sei diplomato all’Accademia Silvio D’Amico, perché proprio questa scuola di recitazione?

Perché sapevo che era quella con la tradizione più bella e importante, basta leggere i nomi dei tanti grandissimi artisti che lì si sono diplomati, da Gassman a Manfredi, fino a Castellitto, Lo Cascio, Gifuni, Favino. Volevo puntare in alto, conscio che la probabilità di fallire era alta: sono sempre stato molto esigente con me stesso, e attribuivo al fatto di riuscire o meno ad entrare in Accademia un grande valore di “test” per le mie capacità.

Quando e perché hai vinto il premio Gassman?

L’ho vinto appena conseguito il diploma all’Accademia, come allievo con i migliori risultati scolastici degli ultimi anni.

Il cinema è arrivato per te nel 2009 e il piccolo schermo nel 2011, oltre che tantissimi spettacoli teatrali. E’ stata una tua scelta? Cosa ha di diverso il teatro rispetto alla macchina da presa?

Il cinema e la televisione sono arrivati nella mia vita nel momento in cui ho deciso di cominciare a dargli spazio. Questo perché il teatro è davvero la mia vita e non potrei rinunciarci per nulla al mondo: a costo di elaborare folli incastri di calendario per riuscire a coniugarlo col lavoro sui set. Avere il pubblico davanti, riuscire a costruire un rapporto “magico” con ogni singolo spettatore nel momento in cui si recita per lui, è una cosa che non ha prezzo. Tv e cinema sono divertentissimi! Ma a teatro ci sono momenti in cui senti davvero di essere una cosa sola con gli spettatori.

La tua carriera d’attore inizia a teatro con “Romeo e Giulietta”, diretto dal grande Gigi Proietti. Quando ripensi a quell’esperienza, quali emozioni provi? Che ricordi hai?

Ho solo ricordi bellissimi! Gigi fu straordinario, sia come regista che come mentore, per me che mi ero appena diplomato. Ancora oggi, con i compagni di quell’avventura scenica, esiste un legame speciale.

Ne “La scoperta dell’Acqua” hai avuto modo di riflettere sul terrorismo, ne “Il Sesso Aggiunto” sulla droga e l’Aids. In che modo ti rapporti con i personaggi che devi interpretare?

Cerco, per quanto posso, di scegliere personaggi che mi consentano di aprire uno spaccato sui problemi più forti del nostro tempo. Così, lavorando, cerco di capire meglio sia me stesso che il mondo che mi circonda.

Sei stato tra i protagonisti di “Una grande famiglia”. Hai interpretato Ruggero. Ci racconti cos’ha significato per te vestire i panni di questo stravagante personaggio?

Ruggero mi somiglia moltissimo! Entusiasta, sempre positivo e leggero. Nei miei momenti migliori sono proprio come lui! La cosa più bella è l’autoironia. Essere il “Principe dei cessi” è una grande responsabilità!

Hai preso parte anche in To Rome with Love di Woody Allen. Che esperienza è stata?

Molto bella per il fatto di aver potuto conoscere e lavorare, anche se molto fugacemente, con un maestro come lui: ho adorato così tanti suoi film! La cosa migliore, però, è stata conoscere Jessie Eisenberg: un coetaneo straordinariamente intelligente e alla mano. Mi ha trattato dal primo momento come un amico, e io non facevo altro che pensare, intanto, che solo qualche settimana prima lo avevo guardato in tv alla cerimonia degli oscar al Kodak Theatre.

Dal 2005 operi come insegnante e divulgatore scientifico-teatrale all’università e nelle scuole superiori. Cosa ti ha spinto? Hai fiducia nell’istruzione?

Ho molta fiducia nell’educazione: credo sia il solo modo per cambiare davvero il mondo. Un po’giocando ad alcuni amici dico, riguardo il mio lavoro come insegnante e responsabile di laboratori teatrali scolastici e non, che più che un attore sono un “educ-attore” o comunque che è questo che mi piacerebbe essere.

Nel 2013 e 2014 hai fatto parte della Compagnia del Ratto d’Europa con la regia di Claudio Longhi. Hai messo in scena a Modena e a Roma uno spettacolo, affiancando al tuo lavoro di attore quello di curatore di laboratori. Ci racconti meglio di questo? Perché mettere in scena uno spettacolo sull’Europa?

L’Europa ci è parso il grande tema attorno al quale raccogliere più persone possibile: è l’orizzonte politico che, ci piaccia o no, riguarda tutti quanti. Quello che in realtà volevamo era riflettere, utilizzando gli strumenti del linguaggio teatrale – ovvero facendo scrivere e recitare più persone che potevamo! –, su quale modello di politica culturale abbia senso perseguire oggi. Bisogna che tutti ci prendiamo un po’di responsabilità sul futuro del nostro Paese, che tutti mettiamo un po’del nostro per cambiarne la mentalità. Il teatro aiuta a riscoprire la democrazia come arte della partecipazione.

Hai dei rimpianti?

Risposta secca: no!

Un sogno nel cassetto?

Mi piacerebbe addormentarmi stanotte e risvegliarmi in un’Italia piena di giovani e non giovani che con entusiasmo collaborano per superare i propri limiti e costruire un paese… felice!

Nuovi progetti?

Per quanto riguarda cinema e televisione bollono ho molte cose in pentola. Tra qualche giorno, andrà in onda “La dama velata”, una nuova serie in costume di cui sono protagonista con Miriam Leone. Su altre cose non dico nulla, per scaramanzia! Quanto al teatro, a fine 2015 andremo in scena a Modena, con la regia di Claudio Longhi e la compagnia già impegnata nel “Ratto d’Europa”, con un nuovo spettacolo sulla Grande Guerra: un lavoro ambizioso e che credo non deluderà le attese! Vi invito tutti a venire a vederlo!