Tra battute d’arresto e salti di qualità, ecco cosa ci dice (davvero) il voto delle elezioni regionali

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Il voto alle elezioni regionali ha consegnato al Paese un quadro politico che registra sostanziali mutamenti. 

In questi giorni analisti, opinionisti politici ed esponenti dei partiti, si affannano ad individuare “vincitori” e “vinti” di questa tornata elettorale. In realtà, rinchiudere la complessità di questo voto nell’angusta dicotomia vittoria/sconfitta, ci sembra un esercizio gravato da un forte deficit di senso critico. Queste elezioni regionali hanno tracciato degli indirizzi che vanno valutati nella loro consistenza oggettiva e nella loro possibilità di sviluppo. In sostanza: il Partito Democratico conquista 5 delle 7 regioni al voto, ma risulta alquanto complicato sostenere, sic et simpliciter, che il PD ha “vinto” le elezioni regionali. D’altro canto il M5S non porta a casa nessun governatore, ma sarebbe folle sostenere che il movimento di Grillo ha “perso” le elezioni regionali.

A nostro giudizio sono tre gli elementi politici significativi che emergono dal voto: uno scollamento drammatico tra i cittadini e la politica, un freno al progetto politico renziano del Partito della Nazione, il definitivo salto di qualità del M5S.

La percentuale di astensionismo ha toccato livelli preoccupanti. Quasi un italiano su due ha deciso di non recarsi alle urne. Evidentemente si pone un serio problema di rappresentanza che invita, soprattutto, ad aprire una discussione sulla possibilità di mettere in campo nuovi strumenti di partecipazione alla vita politica. Ad ogni modo non sono più sufficienti le solite categorie d’analisi (disaffezione, scarsa credibilità della politica) usate per spiegare il fenomeno dell’astensionismo. Questo fenomeno è ormai il frutto di un mutamento strutturale, consolidatosi negli anni, che ha investito la nostra società (da questo punto di vista l’Italia si scopre simile ad altre democrazie occidentali, anche se per ragioni diverse).

A dispetto delle dichiarazioni “preventive” del Presidente del Consiglio queste elezioni erano anche il banco di prova per il progetto politico che va sotto il nome, semplificando, di Partito della Nazione. Innegabile che tale progetto politico abbia subito una battuta d’arresto.

L’idea che il PD possa ri-trasformarsi in un nuovo contenitore politico che rompa definitivamente ogni aggancio ideale con la tradizione socialdemocratica; l’idea che si possa fare a meno di corpi intermedi, sia dentro che fuori dal partito, non regge più. Una fetta consistente dell’astensionismo è composta proprio da quell’elettorato che non condivide più la prospettiva politica del PD e che, contestualmente, non trova un’adeguata rappresentanza politica a sinistra.

L’allergia ad ogni prospettiva politica autonoma dalle scelte di Renzi, l’insofferenza verso ogni forma di “concorrenza a sinistra”, non giovano al Pd. Quanto accaduto in Liguria,  le reazioni scomposte della Paita e gli attacchi feroci a Pastorino, ne sono la testimonianza. Nondimeno il PD resta ancora il baricentro del sistema politico del nostro Paese. Matteo Renzi sarà ora chiamato a ricostruire quell’immaginario collettivo che portò il Partito Democratico, in occasione delle elezioni europee, ad abbattere il muro del 40% dei consensi. Il Presidente del Consiglio sa bene che quest’operazione è possibile solo ricostruendo un rapporto di fiducia ed una connessione sentimentale con una parte importante del “popolo della sinistra”. In mezzo ci sono riforme decisive, prima tra tutte la riforma della scuola.

Le elezioni regionali hanno segnato la raggiunta maturità del M5S. Il soggetto politico di Grillo ha sempre scontato una difficoltà evidente nelle elezioni di carattere amministrativo. La capacità di catalizzare consensi era finora affidata all’abilità di Grillo di suscitare speranze ed emozioni forti rispetto ai grandi temi di interesse nazionale. Oggi il M5S mostra un volto nuovo: quello di un soggetto che, anche se a rilento, inizia a costruire un proprio radicamento territoriale.

Certo, manca ancora una classe dirigente che abbia una sua autonomia e riconoscibilità sul territorio, ma il processo sembra ormai avviatosi anche grazie al lavoro di centinaia di attivisti sparsi su tutto il territorio nazionale. Al netto di qualche gaffe clamorosa e delle ormai celebri bufale di Di Battista (perché gode di tanto spazio verrebbe da chiederci?), la qualità media del M5S si è elevata di molto e con essa, di conseguenza, anche la proposta politica.

Probabile, non ce ne voglia la Ciarambino, che in una Regione come la Campania un nome come quello di Luigi Di Maio o di Roberto Fico avrebbe consentito ai grillini di giocare per la vittoria. Ora per il M5S si pone una questione politica decisiva: come mantenere la propria vocazione anti-sistema e, nel contempo, proporsi come forza di governo? La risposta è semplice: continuando a mantenere con estrema coerenza la propria impostazione.  Certo, in questo modo il M5S corre il rischio di attirarsi addosso ulteriori accuse di poca responsabilità, ma ormai è chiaro che questo elemento non rappresenta più un impedimento nella catalizzazione del consenso, anzi! Da questo punto di vista bene ha fatto il M5S a rifiutare la proposta di Emiliano in Puglia.

In sostanza il M5S sembra aver compiuto quel salto di qualità che, qualora dovesse continuare nell’opera di radicamento territoriale e qualora sul piano della comunicazione mettesse al bando grossolane esagerazioni e piccole strumentalizzazioni che spesso ne deturpano l’immagine, lo porterebbe ad essere un serio pretendente per il governo del Paese nel 2018 (sì, anche in virtù della nuova legge elettorale…).