Giornalismo e minori, il direttore Demarco sicuro: Quella foto andava pubblicata

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La foto del corpo senza vita di Aylan ha fatto e fa discutere.

Certamente perché è il simbolo di un momento storico di cui forse ancora non ci siamo resi conto appieno. Ma anche perché ha riportato in auge l’eterna liturgia e l’eterno dualismo comunicativo che vede da un lato il diritto/dovere di fare informazione e dall’altro quello di rispettare parametri deontologici che riguardano la protezione dei minori, spesso dettati da documenti scritti.

A margine di “Orizzonte Mezzogiorno”, organizzato da “Il Sabato delle Idee”, pensatoio dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, in collaborazione con il Comune di Accadia, nell’ambito di “Le Idee per Accadia”, manifestazione promossa dagli scienziato Marco e Franco Salvatore e giunta alla dodicesima edizione, Lanostravoce ha incontrato Marco Demarco, fondatore nel 1997, con Paolo Mieli, del Corriere del Mezzogiorno, che ha diretto fino al 2013 (in alto, il direttore Demarco durante la manifestazione: alla sua destra, Federico Cafiero De Raho, capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria).

Direttore, negli ultimi giorni non si fa che parlare della pubblicazione della foto che ritrae il cadavere di un bambino siriano, che fuggiva dalla guerra nel suo paese, su una spiaggia della Turchia. Qual è il pensiero di Demarco, direttore per tantissimi anni del Corriere del Mezzogiorno e oggi della Scuola di Giornalismo del Suor Orsola Benincasa?

Non ho dubbi e obiezioni rispetto alla scelta di chi l’ha pubblicata.

Federico Cafiero Marco Demarco

Ma molti hanno tirato in ballo documenti quali la Carta di Treviso, che puntano a mettere dei paletti sull’utilizzo delle immagini di minori.

E’ vero che ci sono delle regole deontologiche che avrebbero dovuto consigliare una maggiore cautela, se non proprio una operazione di censura, ma ci sono dei momenti in cui si capisce – e non lo capisce soltanto un professionista della comunicazione – che certe immagini hanno la potenza di mille articoli e di centomila discorsi. E quella secondo me fa parte di quella categoria, ed è un’immagine che andava pubblicata.

Non c’è il rischio che poi, proprio per la potenza del messaggio, l’immagine che possa prestarsi ad interpretazioni “ad uso e consumo”?

Certo. Ma l’uso che se ne fa non dipende più né dal fotografo autore dello scatto (in questo caso una donna), né da chi ha deciso di metterla in prima pagina. E’ chiaro che immagini di questo tipo possono essere strumentalizzate in vario modo, ma sulla potenza di queste immagini non ho alcun dubbio.

Le Idee per Accadia + ragazzi

Se non sbaglio lei fu coinvolto in prima persona in una vicenda analoga, ai tempi della Guerra dei Balcani.

Esattamente, e stavo appunto per ricordare questa mia esperienza personale, che mi ha toccato molto. Pubblicai la foto di una bambina bosniaca colpita all’occhio. Lo scatto la ritraeva mentre era in braccio alla madre. Grazie al lavoro del giornale riuscimmo a individuare la bambina: la Croce Rossa potè così intervenire, salvandola e portandola via dal teatro di guerra per curarla in Italia. Fu una di quelle immagini che sensibilizzarono molto l’opinione pubblica, ed è proprio con questo fine che va fatto tutto quanto possibile per i professionisti della comunicazione, cioè per sensibilizzare in modo responsabile la pubblica opinione.