28 anni dopo, per non dimenticare Giovanni Falcone

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Era il 23 maggio di ventotto anni fa. Sull’autostrada A29, nei pressi di Capaci, alle ore 17:56 la mano lunga della mafia fece saltare in aria, con 400 chili di tritolo, l’auto del giudice Giovanni Falcone, insieme con la moglie Francesca Morvillo e con gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Quel Giorno di ventotto anni fa si inaugurò la “stagione delle stragi” attaccando proprio il cuore dello Stato. Sono passati 28 anni da quella primavera-estate che portò via i due giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i due amici/giudici che lottarono senza armi contro quell’organizzazione “perfetta”, subdola e omertosa.

Ci troviamo a ricordare questo giorno a poche ore dalla bocciatura delle due mozioni di sfiducia presentate contro il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, al centro di critiche per la scarcerazione di “diversi” boss mafiosi a causa dell’emergenza coronavirus e per aver negato un prestigioso incarico al magistrato Nino Di Matteo, per via di alcune pressioni ricevute da boss mafiosi. Ma ci troviamo a ricordare questo giorno anche in un periodo della nostra vita, della nostra storia dove il coraggio è stato fondamentale per debellare questo maligno virus che conta più di 326 mila vittime nel Mondo. Un tema da analizzare se consideriamo che da un lato c’è lo Stato, che con le varie misure di contenimento del virus rischia un impoverimento e dall’altro lato ci sono le organizzazione criminose, che potrebbero rafforzarsi e trarre beneficio anche da questa situazione.

Oggi sicuramente rispetto a ieri è più facile parlare di mafia è più facile poter urlare contro quel sistema corrotto e di corrotti. E se oggi ciò è possibile è merito di Falcone e Borsellino e di tutte le vittime della mafia, che hanno avuto coraggio e si sono opposte alle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Per Giovanni Falcone “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza“.  Ma non pensiamo, assolutamente, che la mafia non esista più. La mafia oggi “indossa giacca e cravatta”, non è solo quella della piazza e dei vari attentati, ma è anche quella ti risucchia l’anima, con pizzo o estorsioni. E quella che ti uccide con i gas nocivi e con i depositi clandestini di immondizia. Se lo Stato deve fare qualcosa, oltre lottare contro questo sistema, è sicuramente insegnare nelle scuole la legalità, attivare dei corsi di insegnamento obbligatori sull’educazione civica ma anche incrementare i programmi con lo studio della storia “attuale”. E’ giusto ricordare, ma non è giusto ricordare solo negli anniversari. La storia insegna, ma per poter insegnare deve essere insegnata.   

Una parte della magistratura italiana è morta quel 23 maggio del 1992, sull’autostra A29 che collega Palermo a Mazara Del Vallo, all’uscita di Capaci, con la morte di Giovanni Falcone, un’altra parte della magistratura italiana è morta 57 giorni dopo, in via D’Amelio quando perse la vita, il 19 luglio 1992, il Giudice Paolo Borsellino.