Una vita per il suo territorio, undici chilometri per finire: ecco chi era Donato Tartaglia

82

AQUILONIA – Undici chilometri e quattrocento metri. Li ho calcolati, oggi pomeriggio, mentre risalivo da un posto che mi aveva lasciato un’angoscia lacerante.

La stazione (dismessa) di Aquilonia, una casetta con una pensilina a giusto due metri dalla (dismessa) Avellino-Rocchetta dista, appunto, esattamente undici chilometri e quattrocento metri dal centro di Aquilonia. Curve, frane, mucche da evitare. Potresti essere in una qualunque strada dell’Alta Irpinia. Invece sei là, da solo, nel posto in cui Donato Tartaglia si è tolto la vita il giorno prima di compiere sessant’anni. Pozze di sangue. Schizzi di sangue. L’evidenza di un corpo che ha camminato.

Ho avuto la forza di avvicinarmi, e per farlo devo aver percorso quei pochi metri che avrà fatto anche lui: il passaggio è obbligato. Ho avuto la forza di scattare qualche foto. In quell’immobilismo, in quel silenzio rotto solo da qualche auto che passa sull’Ofantina, i pensieri viaggiano da soli. E ti sembra di sentire un rumore. Tanti rumori. Un dolore. Tanti dolori. Ma tu non puoi fare nulla, ché tanto tutto è già successo.

Donato era uno di quelli che le persone definiscono “uno buono”. Uno che la stoffa l’ha sempre avuta. In queste ore ci si sta aggrovigliando sulle ipotesi sostenute dall’Arma e dagli esperti e su quelle di chi invece non vuole crederci. Poi, facendo un piccolo passo oltre, si arriva alla tragica realtà: cambia poco. Anzi, nulla. La sostanza è che Donato non c’è più. Che nella comunità aquiloniese si è aperto un vuoto. Una voragine.

In tanti lo hanno definito un super-professionista. Affermato ad Aquilonia. Affermato ad Avellino. Affermato a Napoli. Affermato fuori dalla Campania. Le piccole comunità di oggi hanno bisogno come il pane di figure come quella che ieri ci ha lasciato, di figure innamorate del posto in cui sono cresciute e hanno deciso di vivere. E, va da sé, ne ha bisogno la famiglia. Donato era sposato con la signora Mirella, dalla quale aveva avuto due figli. Gianluca, vent’anni, e Gabriella, diciannove, entrambi studenti universitari.

Nell’unica esperienza professionale che mi ha dato modo di conoscerlo, non ho potuto non apprezzare la sua presenza discreta ma evidente. La sua passione viscerale per il suo territorio. Quella passione che andrebbe inculcata col martello a tanti giovani di oggi. Quella passione che era sempre la molla alla base di tutti i suoi lavori. Sempre ha lavorato per far emergere quelle che riteneva le peculiarità vere dell’Alta Irpinia: la cultura, la storia, l’arte. Queste avrebbero potuto innescare un flusso turistico, per dare nuova linfa all’economia di tutto il suo territorio.

Direttore del Parco Archeologico di Carbonara e del Museo Etnografico “Beniamino Tartaglia” (che dalla sua nascita, nel 1997, ha sfondato il muro dei centomila visitatori), due vere perle del circuito museale campano, aveva da poco creato il Museo delle Città Itineranti, una creatura figlia di quello che è stato un disegno suo e dell’amministrazione comunale. Le Città Itineranti, datato estate 2014, aveva delle finalità precise, che rispondevano a quel concetto di base della creazione di un nuovo tipo di economia. Una competenza, che andava di pari passo con una mitezza d’animo invidiabile, che gli era valsa incarichi fuori regione – in Abruzzo, nel Lazio – o sovracomunali, anche in vari dicasteri.

Ciriaco De Mita Fabrizio Barca

La sua attività lo aveva avvicinato all’ex ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca (seduto di fianco a lui, nella foto, durante una rappresentazione dello scorso anno de Le Città Itineranti), al quale lo legava un rapporto di vicinanza e di amicizia: nell’agosto dello scorso anno fu proprio il suo studio, lungo il Corso Vittorio Emanuele, ad ospitare l’incontro decisivo tra lo stesso Barca e Ciriaco De Mita per fare dell’Alta Irpinia l’area pilota nell’ambito della Strategia delle Aree Interne. Sulla scia de Le Città Itineranti, prossimo all’approvazione era un progetto di più ampio respiro territoriale, denominato “Il sistema dei borghi abbandonati”: un protocollo d’intesa tra dieci comuni situati sulla dorsale appenninica campana, da Palinuro ad Apice, passando ovviamente per Aquilonia, che avevano la caratteristica comune di essere stati abbandonati per sorgere in un altro luogo. Un progetto che sarebbe poi andato a congiungersi con uno analogo sviluppato nel Lazio e un altro nato in Basilicata, che, in vista dell’appuntamento culturale del 2019, avrebbe coinvolto anche Matera.

Aquilonia stenta a credere. In tanti non vogliono credere. La comunità, è evidente, è ancora sotto shock e rifiuta la fine di un uomo ben voluto, che lavorando in silenzio, con passione, con voglia, con entusiasmo, era diventato un vero punto di riferimento. “Per noi oggi è un giorno di tristezza infinita”, dicono in molti. Tanto che l’orientamento dell’amministrazione comunale, guidata da Giancarlo De Vito, sarebbe quello di annullare tutte le festività organizzate per le vacanze di Natale.