Sismologi allo sbaraglio e verità storiche (che nulla insegnano)

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Un Paese di Santi. Poeti. Navigatori. Commissari tecnici. Adesso pure geologi e sismologi. Mossi di certo dai proverbiali slanci di generosità e dalla volontà di essere d’aiuto, gli italiani indossano ora la maschera da ricercatore dell’INGV.

Lungi da noi provare a fare altrettanto (preferiamo fermarci allo status di commissario tecnico). Il nostro obiettivo è di accendere i riflettori su una situazione, quella dell’edilizia in genere – pubblica e privata -, il cui adeguamento ai criteri di antisismicità procede in maniera lentissima, quando non è del tutto ferma. Guardate un attimo le immagini delle abitazioni di Amatrice o di Pescara del Tronto o di Arquata del Tronto sbriciolate dalla furia del terremoto: riconoscerete, nella maggior parte dei casi, mura edificate con la pietra, venute giù alla prima scossa di una certa potenza. Non c’è bisogno di essere un sismologo per capire che si tratta di zone, come praticamente tutto l’Appennino che attraversa lo Stivale, estremamente esposte al rischio sismico.

Zona rossissima siamo anche noi, Irpinia e Sannio, e la storia ce lo ha già insegnato. Quella del 23 novembre 1980 fu la tragedia a seguito della quale venne istituito il Dipartimento di Protezione Civile presso il Ministero dell’Interno. Le proporzioni del disastro furono talmente elevate che si capì che qualcosa bisognava fare per gestire il pre e post sisma. Sul “post”, a quanto pare, passi in avanti ne sono stati fatti. Il Dipartimento ora spostato a Palazzo Chigi opera in maniera efficiente (al netto di alcuni ritardi) anche attraverso i piani di protezione civile, e governa il fenomeno emergenziale forte anche della grande esperienza accumulata sul campo e della grande preparazione delle forze dell’ordine e delle forze di soccorso. Sul “pre”, invece, siamo probabilmente ancora a zero. Basti dire che ad Amatrice è venuto giù il “Romolo Capranica”, istituto di materne, elementari e medie tirato su nel 2012 con fondi del dopo L’Aquila e con criteri antisismici.

Poche sere fa, alcune ore prima della tragedia, Raiuno ha mandato in onda “Fuori Luogo”, una puntata dedicata all’Irpinia “oltre il terremoto”. In un passaggio, il conduttore, il geologo e giornalista Mario Tozzi, afferma che “se si fosse verificato a Cerreto Sannita, il sisma non avrebbe causato praticamente alcun danno”. Perché Cerreto Sannita? Perché lì, a quanto pare, il disastro ha insegnato qualcosa anche nel “pre”: il terremoto catastrofico – tra il X e l’XI grado della Scala Mercalli – che rase letteralmente al suolo la cittadina matesina nel 1688 (e dunque non l’altroieri) indusse gli abitanti e i responsabili dell’epoca a ricostruire le abitazioni sulla base di veri criteri antisismici, considerati ancora oggi validissimi nella tenuta e nella resistenza a scosse tanto intense.

Protezione civile terremoto

Senza appropriarsi dello status di “sismologo e geologo”, verrebbe da chiedersi come mai, oltre trecento anni e decine di tragedie dopo, l’uomo non abbia ancora imparato a costruire in zone sisma-esposte. A livello centrale, esiste un Piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico, adottato nel 2009, subito dopo il disastro de L’Aquila. Con riferimento proprio al sisma abruzzese, sul sito della Protezione civile si legge: “La spesa autorizzata è di 44 milioni di euro per l’anno 2010, di 145,1 milioni di euro per il 2011, di 195,6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012, 2013 e 2014, di 145,1 milioni di euro per l’anno 2015 e di 44 milioni di euro per il 2016. L’attuazione dell’art.11 è affidata al Dipartimento della Protezione Civile e regolata attraverso ordinanze del Presidente del Consiglio dei Ministri. La cifra complessiva, che ammonta a 965 milioni di euro, pur se cospicua rispetto al passato, rappresenta solo una minima percentuale, forse inferiore all’1%, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni, pubbliche e private, e delle opere infrastrutturali strategiche“.

Insomma, a conti fatti servirebbe qualcosa come 100 miliardi di euro per mettere in sicurezza il Paese. Ma ci può essere qualche aspettativa se, per citare un esempio a noi non lontano, nonostante i fondi a pioggia caduti dopo il 1980, a Napoli (fonte Il Mattino) nove palazzi su dieci sono a rischio?