I Gal, il Progetto Pilota, l’Alta Irpinia. E il baratro a pochi passi

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Alla fine della fiera, chi ha vinto e chi ha perso, chi ha ragione e chi ha torto ci interessa davvero poco.

Chi ha operato la scelta (a suo modo rivoluzionaria) di restare a vivere in Irpinia, provando a contribuire nel proprio ambito al suo sviluppo e alla sua crescita, non può restare impassibile e insensibile di fronte al rischio serio e concreto di un ennesimo fallimento politico. Mantenendo fede a quanto qualche sindaco mi aveva anticipato alcune settimane fa, la guerra dei Gal è puntualmente diventata nient’altro che una sponda per battere i pugni sul tavolo del Progetto Pilota. Da una parte e dall’altra. Ma mai come oggi, mi va di ostentare un atteggiamento pilatesco e di dire che non mi interessa minimamente, e per davvero, dove stia la ragione.

Ho avuto l’onore e l’onere professionale di seguire sin dall’inizio la gestazione del Progetto Pilota. Sin dalle prime riunioni, all’interno del Castello ducale di Bisaccia, tutti, ma proprio tutti, si prodigavano nel definirlo “l’ultima occasione” per l’Alta Irpinia. Tutti, ma proprio tutti, erano memori delle tante, troppe gettate al vento nel passato. Oltre un anno e mezzo più tardi, tra mille polemiche e liti a volte furibonde (e comiche), la strategia messa a punto al tavolo dei venticinque pare aver levato l’ancora e lasciato il porto. Ora, a riscaldare un agosto progetto-pilotista in verità un po’ freschino, ci ha pensato per l’appunto la guerra dei Gal. Nella conferenza stampa tenuta ieri (leggi qui) dai sette sindaci che si sono sfilati dalle indicazioni di Nusco, tutti si sono affannati a ripetere che la speranza è che il Progetto Pilota possa proseguire senza condizionamenti e ripicche dettati dalle astiose e focose polemiche di questi giorni. Chimera? Sogno? Io credo che alzare un muro di cinta intorno al tavolo della Comunità dell’Alta Irpinia per vietare l’ingresso alle parole pronunciate nelle ultime settimane sia un po’ da illusi. Il tavolo, che torni a Calitri o continui a riunirsi a Nusco, non sarà affatto scevro di stilettate, frecciatine, aspre discussioni e liti.

Una delle ultime riunioni del Progetto Pilota
Una delle ultime riunioni del Progetto Pilota

Ma non è questo in discussione. Tra di loro, i venticinque possono dirsene di tutti i colori, ci riguarda poco. Ma hanno il dovere morale e politico di mantenere la barra dritta e l’obiettivo chiaro. Come chiunque abbia un minimo di decente vita sociale, conosco tanti ragazzi come me, più grandi di me e più giovani di me, che hanno dovuto abbandonare le loro radici per farsi una vita dignitosa altrove. In mezzo secondo, me ne sono venuti in mente a decine, che non hanno “santi in paradiso” e che non hanno mai pensato di essere “pilotati” qua o là. Molti di loro farebbero carte false per tornare a casa, per dare un senso e valorizzare un patrimonio messo insieme col sacrificio dai genitori. Le cose sembrano non andare verso questa direzione. Il corso degli eventi – nonostante si parli fino alla nausea di lavoro, sviluppo, ripopolamento – porta dritti verso una stabilizzazione in luoghi lontani di chi lontano già ci è andato. Pessimismo? Può essere. Ma può anche essere che sia più giusto e corretto definirlo realismo.

Tuttavia, la vera questione non appartiene a noi osservatori e non è azzeccare le previsioni su quanto gli animi si riscalderanno durante le riunioni. La vera questione, quella dirimente, appartiene ai protagonisti, a coloro che a quel tavolo torneranno presto o tardi a sedersi, e che dovranno dimostrare di aver interiorizzato un concetto che hanno declamato mille e mille volte: è l’ultima occasione. Due metri più in là c’è il baratro.