AMMINISTRATIVE ’16 | Familismo amorale, il grande cancro da estirpare nelle piccole comunità

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RED. – Il 5 maggio è dietro l’angolo. E’ prossima la presentazione delle liste, dopo aver definito i candidati sindaco. Nei comuni chiamati al voto nelle province di Avellino e Benevento è partita la volata per questo o per quello.

La composizione delle liste, specie nei comuni meno popolosi, spesso risponde a criteri malsani, che con tutto hanno a che vedere tranne che con il merito, le capacità, la passione. Si chiama familismo amorale. Due parole per un concetto semplice ma maledettamente dannose. Per le piccole comunità come le nostre, infatti, è questo il vero cancro da estirpare. Origine e causa di tutti i mali.

Si tratta dell’attitudine/abitudine ad esprimere il consenso verso una persona – foss’anche del tutto somigliante a un piano quinquennale di staliniana memoria: di quelle cioè che le vedi una volta ogni cinque anni – solo e soltanto perché la si conosce. Magari la si disprezza, “però è mio cugino. Che faccio, non lo voto?”. Magari è un incapace totale, “però è mio vicino di casa, non posso non votarlo”. In fasi come questa, in cui i rapporti di forza sullo scacchiere politico e all’interno dei blocchi contrapposti vanno delineandosi, il timore, fondato e reale, è che si possa cedere proprio a questo criterio di composizione delle liste e quindi di selezione della classe dirigente. Un criterio che spesso ha favorito l’ascesa di gente non troppo capace e/o non troppo presente e/o non troppo incline agli interessi della collettività. L’importante è portare in dote un gruzzolo di preferenze, come vento che ti soffia alle spalle e ti conduce dritto all’interno della sala consiliare.

Il numero di preferenze, per l’appunto. Sistema puramente democratico: chi ne totalizza di più si impossessa di uno scranno comunale. E qui torniamo a parlare della formuletta introdotta. Il familismo amorale. Si tratta di un concetto ovviamente non nostro, ma teorizzato da Edward Banfield, sociologo statunitense, nel suo saggio “The moral basis of a backward society” (“Basi morali di una società arretrata”), del 1958.

Egli visse per nove mesi in un piccolo paese lucano, non lontano dal nostro né per posizione geografica né per dimensioni, che lui chiamò Montegrano, la cui situazione di arretratezza socio-economica viene ben descritta nel saggio. Per analizzare la realtà del paese, il sociologo made in Usa utilizzò diversi strumenti metodologici (interviste, test psicologici, osservazione diretta), e successivamente mise a confronto i dati ottenuti con quelli provenienti da studi condotti su altre comunità rurali della provincia di Rovigo e del Kansas.

Prima e ultima di copertina del saggio di Banfield
Prima e ultima di copertina del saggio di Banfield

I risultati della teoria di Banfield crediamo ci riguardino da vicino. Egli ipotizzò infatti che la base dell’arretratezza di certe comunità sia da ricercare soprattutto in ragioni culturali. La cultura dominante, infatti, presenta una estremizzazione dei legami familiari: ciò va a danno della capacità della comunità di associarsi e dell’interesse collettivo. Secondo Banfield, gli individui agiscono secondo questa regola: “Massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”. Sembra il Ventunesimo secolo, è il 1958.

Le conseguenze della radicalizzazione di questo tipo di cultura sono quantomeno paradossali. Addirittura, chi affermerà di agire nell’interesse pubblico sarà ritenuto un truffatore. Inoltre, il voto verrà utilizzato per assicurarsi vantaggi materiali di breve termine (sic!) oppure per punire coloro da cui ci si sente danneggiati nei propri interessi, anche se hanno favorito l’interesse pubblico.

Insomma, sembra di parlare della nostra realtà, nella quale il “vantaggio di breve termine della propria famiglia nucleare” si è sedimentato ed imposto come unico criterio-guida per l’assegnazione delle preferenze. Nessuno può contestare – ma se vuole, può sempre farlo – che l’unica o più splendente stella polare nella selezione della classe dirigente sia stata rappresentata, appunto, da un criterio prettamente amicale-parentale. Noi, molto semplicemente, crediamo che non sia affatto il tempo (se mai tempo ci possa essere) di ripetere un obbrobrio simile, un’infamia di questa portata.

C’è una intera zona che va a rotoli, ci sono paesi lanciati a velocità folle giù dal precipizio. Chi avrà il coraggio di dire basta a quella pletora di candidati che portano in dote un numero di preferenze troppo spesso inversamente proporzionale alla capacità, alla voglia, alle competenze e alla passione messe in campo?