La bulimia da immigrato, le proteste e i carpentieri del “sentire comune”

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Io sono il cattivo della situazione, è bene chiarirlo subito. Sono tra quelli (molti) che pensano che basta, stop, non possiamo accogliere tutto il mondo.

Bene, dopo essermi autoclassificato fasciorazzista in camicia verde (una di quelle insalate socio-politiche che tanto sono in voga oggi), vorrei provare a spiegare perché a mio avviso sia profondamente sbagliato rubricare a mero “errore” l’accaduto di due giorni fa nei pressi dello svincolo di Castelvenere, sulla Telesina. Un errore che oltretutto andrebbe a inficiare la posizione degli stessi immigrati. Già, perché ormai delle conseguenze che un fenomeno di portata secolare come questo può avere sulle nostre condizioni di vita non gliene importa un fico secco a nessuno. Men che meno ai carpentieri impegnati nella “costruzione di un nuovo sentire comune”.

Quando, appunto, da più parti si legge che bisogna “costruire un nuovo sentire comune”, a cosa mai si può pensare, se non a una forzata “costruzione” del (loro) pensiero? Insomma, sei contro nuovi sbarchi? Sei in errore, devi essere a favore. Devi essere tollerante. Devi essere accogliente. Un concetto che vale in generale, dunque a maggior ragione per il caso di Castelvenere. Un analogo episodio si era già verificato alcuni anni fa a Bisaccia, con un gruppo di immigrati impegnati a bloccare per alcune ore la strada per invocare il pagamento della quota giornaliera. Allora come ora, che importa quanti fossero a protestare? Due, dieci, cento, importa qualcosa? Il mezzo è il messaggio, recita una delle teorie più famose di Marshall McLuhan: un messaggio cagiona alcune conseguenze sulla base delle modalità attraverso le quali il mezzo (cioè il medium) le presenta. E allora, minimizzare un evento semplicemente intollerabile e assurdo è a mio parere la cifra del fatto che questo sentire comune sia sulla pessima strada. La strada del lassismo, della tolleranza purchessia, dell’accoglienza senza freni. Salvo poi accorgerci – i casi come Roma ci svegliano d’incanto – che non siamo in grado di garantire a questi disperati nemmeno un posto decente, neanche un letto, e in generale neanche una vita migliore rispetto a quella pessima esistenza dalla quale sono scappati (non tutti, anzi).

I disordini di alcuni giorni fa a Roma
I disordini di alcuni giorni fa a Roma

E allora, se il mezzo è il messaggio, chi fa informazione queste cose dovrebbe dirle, dovrebbe scriverle, dovrebbe denunciarle. E non impegnarsi in maniera più o meno evidente a cercare giustificazioni a comportamenti inaccettabili. Bisognerebbe che si dicesse che alcuni anni fa una soluzione era stata trovata. Ma siccome il Demonio di Arcore aveva molti peccati originali (anche evidenti), quella soluzione non andava bene, anzi venne dipinta come una genuflessione al dittatore libico. Eppure, nel momento in cui si fece sapere che la Libia avrebbe stoppato le partenze, il flusso si arrestò. Oggi, invece, si assiste a un fenomeno di tipo quasi alimentare: una bulimia da immigrato. Chiunque voglia venire è il benvenuto, le porte sono state proprio divelte, giacché abbiamo il dovere dell’accoglienza e siamo tolleranti. Tolleranti al punto che se un immigrato di 25 anni violenta un’anziana di 76 tutto sommato dare la notizia può bastare, mentre se un eritreo viene accoltellato da un italiano, i tg la danno come apertura a ogni edizione. Il paradosso del flusso migratorio. Siamo talmente tolleranti e accoglienti da proporre soluzioni che sanno di follia, come il trasferimento di interi nuclei familiari “per ripopolare i nostri piccoli comuni seguendo il modello-Riace”, chè tanto altre politiche non le sappiamo fare. Come siamo bravi e come siamo belli. E non fa niente se i Paesi con la P maiuscola si sono da sempre dati regole ferree rispetto all’ingresso di stranieri sul proprio suolo, a noi piace da morire quel ruolo di chi “salva” vite (o meglio, trasporta disperati) e poi fa finta di battere i pugni a Bruxelles. Uh, quanto ci piace.

A mio modesto avviso, la vicenda di Castelvenere è la riproduzione in piccola scala di quello che avviene in altri luoghi più grandi e popolati (valga ad esempio sempre Roma, ormai diventata metropoli da bivacco). Non riguarda principalmente le reazioni dei leoni da tastiera – da condannare, ci mancherebbe -, che invocano il Fuhrer e chiedono purghe totali. La vicenda esula da questo, e chi invece su questo si concentra dà la prova di considerare il proprio pensiero come illuminato, il punto fermo dal quale far partire ogni ragionamento. La vicenda riguarda più che altro la necessità di trattare tutti allo stesso modo: sono contro gli italiani che per protesta bloccano le strade, perché mai dovrei invece dare appoggio agli stranieri – fossero anche poche unità – che lo fanno?

Ma la situazione è più complessa, coinvolge l’intera nazione e non solo un paese del Sannio o uno dell’Irpinia. Il contesto è grave, e non si intravede neanche lontanamente la volontà – che in realtà è necessità – di dire basta, di smetterla di porgere sempre l’altra costa, di iniziare a pensare ad azioni seriamente forti e fortemente serie.