Irpinia, frane ed alluvioni come un copione che si ripete

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alluvioni
Mercogliano

Frane ed alluvioni sono un copione ormai sempre uguale che si ripete e contraddistingue questo nostro paese come l’Irpinia in queste ore.

Dopo l’alluvione di Montella e Bagnoli, in queste ore sono diversi gli interventi tra Mercogliano e Monteforte irpino dove smottamenti e allagamenti non sono altro che la conseguenza del completo abbandono in cui versano da anni le aree montane, caratterizzate da valloni che non riescono più a contenere quantitativi di acqua considerevoli come quelli di queste ore perchè non interessati mai da lavori di pulizia e canalizzazione e dove mai, a seguito degli incendi boschivi delle estati scorse, nessun intervento di rimboschimento è stato fatto.

Il noto ed affermato geologo ed ambientalista irpino Costantino Severino, ex vicepresidente dell’Ordine dei Geologi della Regione Campania e già componente del Consiglio nazionale dei Geologi, che ringraziamo per la disponibilità, questa sera ci ha rilasciato un’importante dichiarazione a margine di questi eventi di dissesto idrogelogico:

«All’indomani delle tragedie, attraverso dibattiti e approfondimenti, sembra improvvisamente svegliarsi dal torpore e dalla indifferenza poi, con il sole e il bel tempo, ritorna l’oblio.

Ripiomba nella morsa del malaffare, delle tangenti, degli appalti truccati, alla cronaca nera. Certo è che l’ultima tornata di maltempo non ci ha risparmiati, e per questo, caparbiamente, provo a riportare all’attenzione di tutti un problema mai razionalmente affrontato. Mi aiutano in questo tentativo le recenti tragedie di Genova, di Carrara, di Parma, di Chiavari, di Milano, di Cagliari, di Benevento, della Sicilia, e mi fermo, che riportano in primo piano la questione dei torrenti e delle innumerevoli vie d’acqua che attraversano i centri abitati accerchiati da urbanizzazioni incontrollate. Avellino ne è interessata in modo non trascurabile. A ben guardare una carta dell’Istituto Geografico Militare, e non solo quella, ci accorgiamo di essere ben dentro un reticolo idrografico articolato e complesso. Articolato per la notevole presenza di rami secondari in totale abbandono e dissesto. Complesso per la presenza di tratti notevoli interamente tombati il cui stato di efficienza ci sfugge e ci è sconosciuto. In un momento in cui le piogge continuano a non darci tregua, questa situazione di potenziale pericolo non può essere sottaciuta, ignorata, minimizzata. Oggi provo a riportare l’attenzione su questa problematica perché la cosa più importante, e mai compiutamente analizzata, è di capire cosa sta accadendo, solo così potremo essere più incisivi e, quindi, consapevoli delle enormi difficoltà che un disegno di sviluppo organico comporta. Molta ignoranza è dietro ogni cosa e quando gli “ ignoranti” cavalcano gli eventi, o meglio le tragedie, non possiamo starcene in disparte. Parto quindi da un concetto semplice e che riguarda il trasporto di acqua e sedimenti, oggi meglio noto come fango. Tutto è legato al bacino idrografico, alla sua estensione e alla sua morfologia. Spesso facciamo riferimento al corso d’acqua più importante e più conosciuto, e scarsa attenzione alla miriade di canali, piccoli alvei, fossi, incisioni, scoline, rogge, impluvi, avvallamenti, alle acque spaglianti, ai break line, alle urbanizzazioni, impermeabilizzazioni incontrollate, che, sempre più spesso, trasformano le sollecitazioni meteoriche in portate anomale alla sezione di chiusura di un bacino idrografico. Insomma, pensiamo a quanto succede a valle e poca importanza diamo alla sommatoria delle numerose incognite presenti a monte. La cartografia dei rischi, oggi meglio nota come “zone rosse”, mai si allarga ad un areale più vasto andando al cuore del problema : IL CONTROLLO E LA FUNZIONALITÀ DEL RETICOLO IDROGRAFICO ANTICO E RECENTE. Riconoscere questo reticolo vuol dire star dietro ai tanti deflussi idrici presenti sul territorio che confluiscono in un unico corso d’acqua. Concetto semplice e mai pienamente applicato. Sintetizzando: il bacino idrografico, con le sue caratteristiche e con il carico che deve sopportare, è quel tratto di superficie terrestre da tenere sotto stretta osservazione e controllo. La forma e la densità del reticolo idrografico, quindi, sono un elemento essenziale per definire il rischio e prevenire piene fluviali e alluvionamenti diffusi. In soldoni, per noi di Avellino e la sua conca, il Fenestrelle , il San Francesco, il Sabato sono il recapito più evidente e conosciuto di tutte le acque che ne costituiscono il bacino e , purtroppo, rappresentano solo una parte delle acque fluenti nell’intero comprensorio. A QUESTO PUNTO CI SI DOMANDA: ESISTE UNO STUDIO DEL RETICOLO IDROGRAFICO MINORE CHE NE DEFINISCA IL CARICO E NE REGOLAMENTI L’UTILIZZO? OSSIA ESISTE ED È IN VIGORE UN REGOLAMENTO DI POLIZIA IDRAULICA NEI NOSTRI COMUNI? CHI NE È IL RESPONSABILE? CHI SONO I CONTROLLORI? Paradossalmente la natura è strutturalmente attrezzata come un’area vasta, noi siamo ancora dietro agli umori e alle sensibilità, spesso contrastanti, delle municipalità. Non giova neanche star troppo dietro le rassicuranti e generiche affermazioni di rappresentati istituzionali secondo i quali la Campania è un “ modello di prevenzione e di difesa del territorio più vicino all’Europa che all’Italia”. Legambiente smentisce con dati e afferma che in Campania le attività di mitigazione del rischio idrogeologico svolto sono positive solo nel 16%, mentre nell’84% sono scarse o insufficienti. Non aggiungo altro, sarei felicissimo se con franchezza incominciamo a dirci che tutto quanto prodotto dalla pianificazione urbanistica e territoriale negli ultimi anni, nella maggior parte dei casi e relativamente alle problematiche di messa in sicurezza del territorio, è da mettere da parte. L’ultima pugnalata alla nostra fragile penisola è stata inferta dal recente SBLOCCA ITALIA che certifica, ancora una volta, CHE LA CEMENTIFICAZIONE PUÒ CONTINUARE. Nessuno prende coraggio e contrasta questa urbanistica vigente che ha dato solo vita a leggi nazionali e regionali, e a quei grumi di interessi che hanno ispirato e ispirano i piani regolatori, i condoni, le grandi opere (inutili), in breve l’urbanizzazione speculativa che ha consumato suolo e ha distrutto il paesaggio . Nessuno ha ben chiaro, né si è premurato di andare alla ricerca di quale sia lo stato di congestione, degrado e frammentazione strutturale del territorio, e quindi individuare indirizzi programmatici prioritari. Solo fumo. Mai un passo verso una revisione della legislazione urbanistica e delle deleghe amministrative vigenti. Mai sono stati individuati nuovi modelli di aggregazione e di strutturazione dei servizi e delle relazioni che possano condurre ad una riqualificazione del territorio già troppo consumato. Mai vi è stato un momento di verifica della compatibilità nella realizzazione di nuove opere, mai si è andati alla ricerca dei rapporti complessi tra natura, sviluppo e organizzazione antropica, superando così la logica della semplice “compatibilità ambientale”. Mai un impegno serio nella direzione di una rigenerazione ambientale a fronte delle trasformazioni urbanistiche . Mai si è puntato su uno strumento urbanistico dinamico, aperto al confronto permanente, che verifica gli interventi e le politiche programmatiche in atto nel territorio. Troppe lobby si adoperano perché questo non avvenga, troppi ambientalisti lo sono solo a chiacchiere e spesso convergono su scelte di interessi personali, salvo a richiedere assistenza e stato di calamità dopo le tragedie. Non mi attendo contestazioni, accuse di ignoranza, prese d’atto o condivisione. Solo silenzio. Il silenzio occulta i problemi consegnandoci alla immobilità, alla conservazione. Il solito gattopardesco atteggiamento conservatore di chi sa adattarsi ai cambiamenti con la certezza che questi non comprometteranno in alcun modo le posizioni di privilegio acquisite».