Lettere dal fronte: l’amore ai tempi della Grande Guerra

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Il prossimo 4 novembre ricorre il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale: il 4 novembre 1918 veniva infatti diramato dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano il Bollettino della Vittoria con cui si comunicava lo sfondamento delle linee nemiche, la resa dell’Impero Austro-Ungarico e si preludeva al definitivo compimento del processo di unificazione nazionale attraverso l’annessione di Trento e Trieste.

Terminava così la prima vera guerra del mondo contemporaneo. Una carneficina – l’inutile strage secondo le parole di Papa Benedetto XV – che coinvolse quasi tutti i continenti, gran parte delle nazioni e dei loro abitanti, cambiandone per sempre il destino: solo in Italia si piansero oltre 650.000 morti, senza contare i feriti e i dispersi che ammontarono a 1.500.000.

Fu guerra di attese e di logoramento. Guerra di incertezza e di rassegnazione, di nervi e di trincee. Proprio nelle trincee, tombe di esseri umani ancora in vita, l’unico modo che i soldati avevano a disposizione per resistere a condizioni di estrema precarietà e per non impazzire era quello di scrivere. Una candela, un foglio di carta e un po’ di inchiostro erano una vera e propria ricchezza che consentiva al milite italiano di conservare rapporti e legami con la sua unica ragione di vita: gli affetti familiari.

Lo scrivere permetteva al soldato di spogliarsi dei suoi panni militari per rivestire quelli del marito, del fidanzato, del padre e così parlare delle proprie paure e angosce, desideri e speranze. Ogni giorno trincee e prime linee erano sommerse di lettere e cartoline sia in partenza che in arrivo. Si stima che durante gli anni della Grande Guerra (1915-1918) le poste italiane smistarono circa 4miliardi di missive: la mole più consistente riguardò la corrispondenza dal fronte verso l’interno con oltre 2miliardi di lettere.

Per comprendere l’umanità e i sentimenti che si celano dietro a questi numeri, si riporta il contenuto di una lettera inedita, datata 30 maggio 1917, scritta dal fante Angelino Picardi ed indirizzata alla giovane sposa Michelina che attendeva il suo ritorno a Pietradefusi. È una lunga lettera di estrema dolcezza e delicatezza in cui lo scrivente, ormai al fronte da circa 2 anni, si strugge di amore e manifesta tutto il suo ardente desiderio di rivedere e riabbracciare la propria amata. Il testo è scritto con una grafia e uno stile perfetti e ricercati; non ci sono cancellature o errori, ma d’altronde una lettera del genere equivaleva ad un appuntamento d’amore e quindi bisognava essere assolutamente impeccabili.

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Busta e testo della lettera inedita

Le più belle e commoventi parti della lettera:
Amatissima e diletta Michelina dell’anima mia, adorata sposina mia, cuore mio, vita mia, pensiero mio… Fremo dall’impazienza e dalla brama ardente di rivederti e riabbracciarti. Ogni giorno questo desiderio si acuisce di più e vorrei appagarlo ad ogni costo. Però sono abituato a tutte le sorprese del destino e spero in qualche evento imprevedibile che ci consenta di riunirci… Mia adorata, la nostra migliore felicità consiste nel poter stare insieme ovunque. Tutti i paesi divengono dei paradisi quando siamo uniti, giacchè la felicità la traiamo l’uno dall’altra… Dove tu sei, lì per me esiste la gioia, il Paradiso, tutto è bello e tutto è festa. Da te si sprigiona tutto il profumo che inonda l’ambiente in cui vivi, da te guizza tutta la luce abbagliante che illumina e vivifica: tu sei le luce stessa, la stessa bellezza, tu sei il profumo, la gioia, la vita, perchè tu sei l’amore… Ti mando tutto il mio cuore che per te batte palpiti divini di amore inestinguibile. Ti accarezzo soavemente, ti stringo al mio cuore e tenendoti così dolcemente abbracciata e stretta ti divoro di baci ardenti ed appassionati…