Lo sport nell’Antichità (II°Parte)

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Nell’isola di Creta, durante la civiltà  Minoica, distrutta all ‘improvviso  da un immane maremoto  nel  1450 a.C.  circa, lo sport vero era conosciuto  e applaudito dalle folle una specie di rodeo. Nell’ isola del  Minotauro tutti impazzivano  nell’assistere  alla lotta degli uomini con  i tori che non erano  come quelli che conosciamo oggi di  quattro o cinquecento chili al massimo e con le corna mozze,  facili prede dei danzanti e mobilissimi matadores.
I tori s di Creta erano uri  giganteschi pesanti più  di una tonnellata dotati di una forza d’ urto possente per il loro peso  e muniti di corna tali da squartare un elefante.


I  cretesi di Minosse sapevano domarli. Le più  brave, le più  atletiche erano le ragazze che , vestite di un minuscolo perizoma , volteggiavano leggiadramente tra quelle corna terribili e su quei dorsi belluini  e sgroppanti, compiendo esercizi ritmici di grande bellezza e armonia.
Stupefatte testimonianze di viaggiatori egizi, che avevano relazioni commerciali  con Creta o erano in viaggio di piacere (ci si muoveva assai più  di
quanto oggi si creda tremila anni fa) confermano la straordinaria bravura tecnico- stilistica  e il coraggio indomito  delle formidabili ginnaste cretesi. 
Esse precedettero in chiave sportiva molto più elevata  i cowboys e le cowgirls dell’ ottocento americano, i Buffalo  Bill e le Calamity  Jane che non i primi toreri  spagnoli del Cinquecento.


Se i Minoici di  Creta  fecero  dei tori il loro sport nazionale, i Micenei, predecessori dei  Greci  e contemporanei di Omero, inventarono nientemeno che  le olimpiadi , risorte  a nuova vita solo nel  1896 grazie alla caparbietà del barone  Pierre  De Coubertin dopo  1503 anni di interruzione.
Non è  assolutamente vero  ( lo ha dimostrato  Heinrich  Schliemann, lo scopritore di   Troia ,  e in seguito tanti altri) che le prime  furono celebrate
nella città  sacra di  Olimpia, da cui il loro nome, nell’ anno 776  avanti Cristo.

Quelle furono soltanto  le prime olimpiadi datate, codificate, e di cui è  restata memoria scritta  da tramandare ai posteri.

In realtà  dovettero essere almeno le centesime, di quattro anni  in quattro anni, poiché  Olimpia nell’ Elide era già  nota agli eroi  dell’ Iliade e dell’Odissea, Ettore,  Achille, Ulisse,  che vissero la loro epica e travagliata esistenza attorno al  1200 a.C.
Il  776 avanti Cristo  e’ storicamente importante  perché ci propone  il nome di un vincitore olimpico, Coroebas che vinse la corsa dello stadio  pari a circa 192 dei nostri metri  e che era interamente rettilinea.
Non conosceremo mai il tempo impiegato da Coroebas ma possiamo essere certi  che un qualsiasi  moderno sprinter lo avrebbe distanziato di almeno una trentina di metri. A parte ogni altra considerazione ad Olimpia  e fuori  di Olimpia si correva su piste di sabbia  che rallentavano molto la corsa. Perciò era particolarmente  faticosa  l ‘azione  degli  specialisti del “diaulos”, circa 384 metri, e del “dolichos” , circa  4600 metri.


La prima giornata dei giochi era dedicata esclusivamente ai riti propiziatori e sacrificali. Le donne non potevano assistere alle competizioni sia perché
gli atleti gareggiavano nudi sia per non infrangere la sacralità olimpica. Fino alle Olimpiadi  del 700 a.C.  le sole gare furono quelle podistiche;
successivamente  furono aggiunte il pugilato,  la lotta ed il pancrazio ( sport da combattimento).  Il pubblico amava specialmente il pugilato perché  lo si praticava con il ” cesto” che, anziché attenuare i colpi come  e’ compito degli attuali guantoni, li rendeva pesanti come mazzate.(Il cesto consisteva
in strisce di cuoio borchiate di piombi).


Il celebre poeta Pindaro ( 518-430 )  così  amava definire i giochi: “Come nulla nell’ universo supera il fulgore del  Sole, nulla supera in nobiltà  la vittoria
la vittoria di Olimpia”.
In realtà  in quel tempo e per molti secoli ancora gli agoni sportivi costituirono uno spettacolo di grande brutalità  in cui le regole  erano poco applicate.

Se è  vero che  i giudici non esitavano a frustare  i corridori colpevoli di partenza falsa, spesso in buona fede, è pur vero  che chiudevano un occhio
di fronte alle gomitate, alle pedate e ai tanti altri intralci  messi in opera dai concorrenti più  prepotenti. Il pancrazio superava superava in bestialità  il
pugilato poiché ammetteva, oltre  ai pugni,  anche i calci e le testate.


La lotta era resa penosa dal fatto  che i corpi nudi degli atleti erano cosparsi di scivolosissimo olio ed erano ammesse le testate.
Con il passare del tempo i giochi diventarono meno cruenti ed il programma  dei atletica  si arricchì dei salti e dei lanci che però si svolgevanoili con modalità  diverse  dalle attuali. Il salto in alto era sconosciuto mentre il lungo ed il triplo si svolgevano con l’aiuto di pesi equilibratori che, abilmente maneggiati, consen tivano di ottenere  misure assai migliori di quelle raggiungibili senza l’ ausilio di alcun marchingegno.Appunto con i pesi il più  triplista dell’antichità, Faillo di Crotone salto’ secondo una tradizione un po’  leggendaria  l’equivalente  di 16,76 dei nostri metri. I record degli atleti moderni oscillano intorno ai 18 metri.
Il lancio del disco, classicissimo, immortalato da Mirone nel discobolo, si praticava da una pedana rialzata in terra battuta e doveva essere eseguito  da fermo, con la semplice torsione della parte superiore del corpo.
L’ attrezzo , di peso simile a quello in uso oggi (Kg 1,923 contro kg 2), era però assai più ostico da scagliare  perché  piatto, di diametro  vicino ai 30 centimetri e dal bordo quasi tagliente. Se i più importanti atleti attuali lanciano ad una distanza di circa 70 metri, i più grandi campioni ellenici non arrivavano a 38.

Non arrivavano ai 60 metri i lanciatori di giavellotto, misura oggi risibile. L’ ultima delle prove atletiche, composita perché ne comprendeva cinque, era il pentatlon: corsa di velocità , salto triplo, lanci del disco e del giavellotto, lotta. Il vincitore del pentatlon era il più osannato.
Le corse equestri si svolgevano nell’ippodromo ed erano di due categorie :a cavallo o sui carri. Nel primo caso i cavalieri erano nudi, montavano gli animali senza sella  e li guidavano solo con le briglie. Nel secondo gli aurighi  erano sistemati , in piedi , su semplici pedane collegate alle ruote ; la frusta serviva non solo per incitare i destrieri , che potevano essere due, tre o quattro per ogni carro, ma anche per ostacolare fraudolentemente gli avversari.
Le collisioni erano frequenti e provocavano danni sia ai cavalli che agli aurighi che percorrevano  distanze di circa dieci chilometri.
Le  Olimpiadi , abolite dall’ imperatore  Teodosio nel 393 dopo Cristo, non furono la sola manifestazione sportiva del mondo classico. Notevole importanza rivestirono per secoli  anche i Giochi Istmici , Pitici e Nemei , a loro volta più  bellicosi che “sportivi”, almeno nel senso moderno del termine e comunque ispirati  alla più  ampia slealtà .


Nell’antica Roma  gli sport  atletici puri non godettero di alcun  riconoscimento ufficiale; nell’ Urbe  e nell’ immenso territorio del suo impero le attività ludiche più popolari  furono sempre i giochi del circo e le corse delle bighe e delle quadrighe. Nuoto e ginnastica erano molto diffusi ma di questi sport non si facevano gare. Qualche gioco di palla si faceva nelle  terme che , grazie all’alto senso dell’igiene dei romani, proliferavano un po’  ovunque.
I giochi del circo, nel novanta per cento dei casi, non avevano  nulla a che fare con lo sport, riducendosi spesso ( tranne che nel monumentale Colosseo ) a esibizione di mangiatori di spade e di fuoco, orsi ed altri animali ammaestrati, lazzi di gnomi  etc..


Di sportivo , ma sempre con il beneficio  dell ‘ inventario, restavano solo le lotte tra i gladiatori che , al contrario di come comunemente si crede, non erano necessariamente un massacro. 

L’ atroce ” pollice verso”, che decretava senza appello la morte di un disgraziato, scattava di rado, anche in presenza degli imperatori più crudeli e delle folle più esagitate. Questo perché  i ricchi impresari delle scuderie dei gladiatori teneva a conservarli il più a lungo possibile. La lotta preferita dal pubblico era quella tra il reziario e il mirmillone; il primo doveva cercare di imbrigliare il secondo in una rete  servendosi di un tridente, il reziario era a sua volta armato di un gladio per cui l’ impresa non era tanto facile.

Le lotte tra uomini e belve feroci (niente di più antisportivo) scatenavano i più bassi istinti delle masse ma per fortuna costituivano uno spettacolo assai raro proibito dagli imperatori più illuminati come Marco Aurelio. Di solito gli uomini gettati in pasto ai leoni erano dei condannati a morte.

Solo  nel 402 d.C., secondo alcune fonti per le continue rimostranze di Sant’ Agostino, il Senato di Roma ordinò  che i ludi gladiatori diventassero incruenti. Subito le lame delle daghe si spuntarono, non si uccise più  ma gli spettacoli del circo perdettero di colpo qualsiasi interesse per i più .
Le corse delle bighe e delle quadrighe si disputavano ovunque ma avevano il loro tempio più grandioso  nel Circo Massimo che era per quel tempo di dimensioni enormi.

Ricalcate sulla falsariga delle corse dei carri dei Greci, erano molto più sofisticate a cominciare  dalla maggiore perfezione  tecnica delle bighe e delle quadrighe. Anche a Roma , come ad Olimpia, gli aurighi guidavano i cavalli stando in posizione eretta e le ruote si urtavano e volavano scorrette frustate tra gli avversari. Le regole però  venivano  fatte rispettare dai giudici perché c’era un maggior controllo  da parte degli  spettatori che parteggiavano a favore di questo o quel concorrente.
Le folle raggiungevano punte di fanatismo tali che a Costantinopoli, dopo la  caduta dell’ Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., si formarono addirittura due fazioni, i  Verdi e gli Azzurri. In una funesta occasione, nell’imponente ippodromo bizantino, le due parti vennero alle mani. Sugli spalti insanguinati rimasero i cadaveri di centinaia di persone.

La repressione, ordinata dal Basileus  Giustiniano e dalla Basilissa Teodora fu molto cruenta.  Secondo Procopio da Cesarea, quindicimila cittadini furono uccisi dai soldati per dare l’esempio. Ciò non bastò  a strappare  dalla mente degli  abitanti , cristianissimi, la morbosa passione per l’ippodromo.Nell’impero d’Oriente i successori dei Verdi e degli Azzurri si sarebbero contrastati ancora per diversi secoli.

Nella stessa epoca, più o meno tra il sesto  ed il nono secolo, si perfezionavano in Cina , in Corea e soprattutto in Giappone le arti marziali manesche pedestri, destinate a sfociare nello judo e nel Karatè . In Messico, precisamente nello Yucatàn,  i Maya inventavano una specie di pallacanestro  e forse anche di pallavolo , sport decisamente innocui. Nel secolo dodicesimo , forse si tratta di una leggenda, i monaci  cluniacensi  si dilettavano con racchette di corda  e palline di stracci.
Da qualche secolo prima in Irlanda,  già cristianizzata, si svolgevano i giochi Tailteann, che contemplavano corse nelle brughiere, lotta uomo-uomo e uomo-ariete, lancio del palo ( si trattava proprio di un palo, alto fino al secondo piano di una casa che , nelle sagre paesane, irlandesi, gallesi e scozzesi viene lanciato ancora oggi ), doma di cavalli bradi, esercizi di destrezza con l’ ascia bifronte .

Il nostro Medioevo, dominato dalle Cattedrali,  mise al bando lo sport e perfino la parodia dello sport ma senza dubbio  esistettero buoni  corridori, buoni pugili, buoni  lottatori, buoni nuotatori ( a Messina, nel duecento c’è ne fu uno così  bravo che venne chiamato Pesce ) ma sempre unicamente a titolo personale.
Le arene, così come i teatri, erano chiuse, sprangate;  c’erano le giostre, i tornei, i  palii ma erano riservati esclusivamente alla classe nobiliare o d’alta
estrazione guerriera e, una volta di più , non potevano dirsi sport nell’ accezione che noi diamo oggi a questa parola.
Sotto  Lorenzo il Magnifico, nel Quattrocento, nacque il calcio  fiorentino, molto interessante perché primo, vero gioco di squadra. Lo si disputava tra più di venti uomini per parte in Piazza della Signoria o nei  Giardini di Boboli ed ebbe tra i suoi fans  nientemeno che Leonardo e Machiavelli.Questo particolare ci induce a credere che fosse veramente un bel gioco, intelligente ed estroso, disputato tra sventolii di stendardi e squilli di tromba, alla presenza di belle signore e di barbuti capitani di ventura. 

Sia come sia, alla fine della dinastia dei medici, il calcio fiorentino, lontano antenato del rugby  e non del football , ebbe vita brevissima.
Fu solo uno sprazzo di sport autenticamente moderno, uno sprazzo, appunto, una meteora, ma il seme dello sport come lo intendiamo noi era ormai stato gettato.

La spada cominciava a non essere soltanto  una arma da battaglia o da duello; in Francia si organizzavano incontri di scherma incruenti, con regole sostanzialmente non dissimili da quelle attuali. Ma deve essere comunque chiaro che nessuno dei famosissimi spadaccini del Seicento, nessun D’Artagnan, nessun Cirano avrebbe avuto  la più infinitesimale possibilità di successo nei confronti di un qualsiasi schermidore di oggi, padrone di tecniche immensamente più avanzate e di colpi assolutamente sconosciuti ai Moschettieri del re  e alle guardie del cardinale.

I veri inventori dello sport moderno sono stati , senza  dubbio, gli inglesi che per prima cosa hanno riportato in auge l’atletica leggera, regina di tutti gli sport.

Il 26 agosto 1665, a Londra, Sir Arcibald Glover di  Nottingham fu cronometrato sul miglio, m.1609,34,  in 4’58” e mezzo, primo exploit atletico al di fuori e al di sopra di ogni polemica, perché finalmente cifrato e codificato.
Nel 1740 Thomas Carlisle corse in un’ora Km 17,300  quando nel Regno Unito la noble art del pugilato ( senza guantoni e con combattimenti ad oltranza) ,faceva furore e nello stesso periodo molta gente si riversava negli ippodromi per applaudire non più  arcaici aurighi  ma autentici fantini.
È  invece del 1806  il più antico risultato tecnico che si conosca per una corsa di velocità  pura, le 200 yards (m.182,88): 20″ netti  di Peter  Cook.
Facendo un passo indietro, nel 1760,  ci troviamo di fronte ad un risultato di eccezionale interesse per il nome di chi lo consegu.

A  West Point, in quell’anno , il ventottenne colonnello George Washington, futuro eroe dell’indipendenza americana e primo presidente degli  Stati  Uniti, salto’ in lungo 22 piedi e  3 pollici, pari a m. 6,78, inaugurando così  la cronologia del record mondiale moderno della specialità .Una tale prestazione dimostra  che il futuro presidente possedeva un talento naturale straordinario.
Ma , a questo punto, lo sport ,come noi lo intendiamo e vogliamo che sia, era finalmente esploso, di qua e di la’ dell’ Atlantico, per merito di gente  che parlava inglese.
A conclusione di questo excursus per curiosità  dobbiamo evidenziare che non furono gli inglesi e nemmeno gli americani a dare nuova vita ai due più  classici esercizi atletici  dei Greci, il lancio del disco ed il lancio del giavellotto.
 furono gli scandinavi. Giavellotto: Johannesburg  Vasenius, Finlandia, m.36,60 nel 1884. Disco: Harald Andersson Arbin, Svezia , m.26,20 nel 1892. Ottimi record per la Belle Époque.