QUATTRO CHIACCHIERE CON … Alessandro Barletta:”Non avrei mai immaginato di ritrovarmi nel cuore pulsante dell’epidemia”

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In questi mesi la nostra rubrica ha dato spazio a tanti imprenditori, cittadini esemplari che hanno vissuto questo terribile momento nel rispetto dei vari DPCM, cercando con tutti i mezzi possibili di riorganizzare la propria quotidianità. Oggi ci spingiamo oltre, dando voce a chi, lontano da casa, è sceso in strada tutti i giorni, con una grande forza e tenacia, per garantire la sicurezza e l’ordine pubblico ma anche per tenere accesa la fiammella della speranza. In questa direzione “QUATTRO CHIACCHIERE CON…”, ancora una volta è ritornata a BERGAMO per ascoltare ALESSANDRO BARLETTA. Giovanissimo, Alessandro è nato e cresciuto tra Venticano e Montemiletto. Arruolatosi nel 2016 ha, praticamente, girato in lungo e in largo tutta la penisola prima di essere assegnato, lo scorso Dicembre, alla Questura di Bergamo.

Sei a Bergamo, una delle città più colpite dal Covid-19, raccontaci brevemente la tua esperienza.

“Sì, sono a Bergamo da Dicembre e non per una mia scelta. Il destino spesso sceglie per noi e questa provincia, divisa dalla pianura padana e le Prealpi, motore dell’industria lombarda, è stata la mia prima assegnazione dopo il corso di formazione nella Polizia di Stato a Trieste. All’inizio era tutto normalissimo per me, come lo era per tutti i miei colleghi. Da quando mi sono arruolato nell’ Esercito, nel 2016, la mia vita è stata un continuo girovagare per la nostra meravigliosa penisola. Un soldato è questo del resto, lasciare tutto, partire, chiudere nel proprio cuore gli affetti per avventurarsi e inseguire un qualcosa. Se c’è una magia nell’ essere un soldato è quella di combattere al di là di ogni sopportazione, al di là della lontananza dai propri cari, di valigie fatte e disfatte, di compagni di stanza che russano e mense che incentivano la dieta.

È  la magia di rischiare tutto per un obiettivo che nessuno vede tranne te. Mi chiedi di raccontare brevemente la mia esperienza. Posso dirti con certezza che, oggi come oggi, a Bergamo di breve c’è ben poco. Quello che ho percepito stando in strada in questi due mesi, è più che altro il silenzio che risuonava nelle piazze e lungo i viali, la desolazione dei mezzi pubblici senza passeggeri, la tranquillità con cui scattava il verde dei semafori all’ ora di punta in centro e la paura negli occhi di tutti gli operatori sanitari a bordo delle ambulanze che correvano a sirene spiegate da una parte all’ altra della provincia, in soccorso di chiunque avesse bisogno.”

Hai sottovalutato questo virus? Quando hai compreso che la situazione era di tale gravità?

“Quando tutto è cominciato non ti nascondo che io ero a casa nella nostra verde Irpinia. Sono rientrato a Bergamo tranquillamente il 29 Febbraio. A Codogno e in Veneto la situazione era critica ma a Bergamo e in provincia appariva tutto regolare, o almeno così sembrava. Non avrei mai immaginato che la zona in cui prestavo servizio sarebbe diventata il cuore pulsante dell’epidemia. Avevo un viaggio prenotato per Edimburgo nella prima settimana di marzo ma ho capito subito che l’avrei perso, considerando il diffondersi del virus e l’imminente chiusura degli aeroporti.Il punto di non ritorno è stato quando, domenica 8 marzo, arriva il decreto che prevede l’isolamento della Lombardia, la regione più colpita, e di altre 14 province, che diventano tutti gli effetti “zona rossa”. Purtroppo la bozza ancora non ufficiale del decreto era stata pubblicata da alcune testate on-line già nella serata del giorno prima, causando il fuggi fuggi generale dalle regioni del Nord verso il Sud Italia. Sono sincero quando dico che mi sono cadute le braccia nel vedere tutta quella gente correre disperata in stazione alla ricerca di un posto su di un treno e disposta a farsi un viaggio di 8 ore, in piena emergenza epidemiologica, tutti ammassati uno sopra l’altro. Come rappresentare il panico in un’immagine.”

Quanto ti sei sentito esposto a questo virus?

“Molto. Penso di essere stato continuamente esposto in questi mesi. Sicuramente non allo stesso livello di un operatore sanitario che ha lavorato assiduamente negli ospedali, nelle cliniche, a bordo delle ambulanze o nelle innumerevoli case di riposo per anziani, che con il virus hanno combattuto costantemente e con coraggio senza esclusione di colpi. In strada, durante i numerosi controlli, mi sono imbattuto in molti utenti che lavoravano all’ interno di strutture sanitarie in prima linea contro l’epidemia e in familiari di pazienti ricoverati in terapia intensiva. Ci tengo a precisare che durante il servizio io e tutti miei colleghi delle forze dell’ordine abbiamo indossato e continuiamo ad utilizzare tutti i dispositivi di protezione individuale forniti dall’ Amministrazione ovvero mascherina, guanti e gel disinfettante.”

Molti video in questi lunghi mesi sono diventati virali. Ma quello che mi ha colpito di più era di un signore che in preda al panico si era scagliato contro le forze dell’ordine, devastando poi delle automobili parcheggiate. Tu cosa hai letto negli occhi delle persone, c’è un evento che ti ha colpito più degli altri?

“Questa è una bella domanda e – come ogni cosa bella – porta con sé dietro un velo di amarezza. In questi tre mesi sono stato impiegato di pattuglia per i controlli Covid-19 sul territorio. Non ti nascondo che ne ho viste e ascoltate tante, soprattutto durante i posti di controllo. Vivendo e lavorando in un territorio martoriato dal virus, posso dire che abbiamo spesso operato in nome del buonsenso. Ho incontrato e assorbito come una spugna dentro di me le storie e le sofferenze di tutti, da quelli che erano terrorizzati solo all’idea di scendere a gettare la spazzatura a quelli che non si erano ancora resi conto della gravità della situazione, ho incontrato il figlio che aveva appena perso il padre o il nipote che aveva perso la nonna; ti imbatti nell’ infermiera esausta che ha appena finito il turno di 12 ore o nell’ impresario delle pompe funebri che in una giornata si è occupato di decine e decine di salme. Se ne vedono tante e credetemi quando dico che non basta un’intervista se pur confidenziale per riassumerle tutte.Uno dei momenti più difficili è stato quando abbiamo fermato un’auto nei pressi di un incrocio. Fin dall’ inizio sembrava che il conducente non fosse molto in forma quella sera.In realtà si trattava di una donna italiana , sui trentacinque anni e sola a bordo.Era spaesata e stanca, al che le chiedo se stesse bene e se avesse bisogno di aiuto.Lei, con voce bassa, si scusava dicendomi che era di ritorno dall’ ospedale dove la madre era appena stata ricoverata a causa di un’infezione respiratoria, probabilmente dovuta al Covid-19. Continuava a dire con voce singhiozzante che doveva tornare a casa e mettersi in isolamento domiciliare obbligatorio, lontano da suo marito e dai suoi figli fino a che non avesse avuto i risultati del tampone. Ricordo di averle restituito i documenti e stretto le mani guardandola negli occhi. In quel momento credo di aver capito il senso dello slogan che tutti sbandieravano dalle finestre “Andrà tutto bene”. Mi rendo conto che, davanti a tanta disperazione, bisogna pur credere in qualcosa, qualcosa che se pur semplice e banale ti dà la forza di andare avanti, perché alla fine è tutto lì che si riduce il coraggio di ognuno di noi, nell’ andare avanti malgrado tutto.”

Quando ritornerai a Venticano?

“Non lo so. Non ti nascondo che mi manca tanto la mia terra, la mia famiglia e miei amici. Mi manca tutto ciò che di semplice, genuino e meraviglioso la provincia di Avellino concede ai suoi abitanti. Su questa domanda potrei scrivere un libro e per questo non mi soffermo più di tanto.La cosa che più mi interessa prima di un possibile ritorno a casa è quella di non essere un soggetto a rischio contagio per i miei cari.  Mi rendo conto di essere stato esposto in prima persona nell’ epicentro dell’epidemia nel Nord Italia ma ci tengo a precisare che ho sempre goduto di ottima salute in questi mesi. Per quanto i bergamaschi siano delle persone dedite al lavoro e ai sani principi, figli di una provincia radicata, a mio avviso fin troppo, nel proprio territorio, formato da pianure coltivate, valli industrializzate e montagne incontaminate, il mio impegno morale e lavorativo per loro non è ancora finito.”