Raffaella Caruso Miletti compie 100 anni. Auguri da tutti noi

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PIETRADEFUSI – Questo non è un articolo. Non nel senso stretto del termine, dal momento che quanto leggerete non ha alcuna esigenza giornalistica. E non è un racconto. Non nel senso tecnico del termine, perché quanto andrete a leggere non ha valenza letteraria.

E’ più un gesto di affetto, come può esserlo una carezza o un abbraccio.

Recano, queste parole che tra breve leggerete, quel tipo di messaggio, quella valenza che è propria degli slanci premurosi, che ha a che fare con i sentimenti familiari. Ripercorrerò allora in un “amarcord” indiretto e personalissimo, che si snoda attraverso gli anni del fascismo e della seconda guerra mondiale fino ad oggi, la storia di Raffaella Caruso Miletti, mia nonna, di cui oggi festeggiamo i cento anni di vita.

Comincerò dalla vecchia foto di una bambina in fasce, poggiata sulle ginocchia di un uomo robusto, dallo sguardo intenso e austero e ampi baffi grigi. E’ il mese di settembre del 1915 e l’Europa è dilaniata dalla Grande Guerra. In quei concitati giorni di inizio autunno sul Fronte orientale i tedeschi danno il via a una nuova massiccia offensiva con l’obiettivo di conquistare Vilnius, capitale della Lituania per prendere i russi in una tenaglia. E Gli inglesi a Loos sul Fronte occidentale lanciano una grande offensiva nella regione dell’Artois che, impegnando i tedeschi, dovrebbe ridurre le difficoltà militari della Russia a oriente. Ma Raffaella è ignara di tutto questo e ne sentirà parlare solo dopo, quando quella guerra non sarà che un ricordo. Non immagina minimamente che lo spettro di un altro conflitto, ben più drammatico e nefasto, minaccia l’Europa e si abbatterà con furia disumana sul suo paese e sulla sua famiglia.

Ora è il 1940. Raffaella è una ragazza venticinquenne, dal viso tondo e gli occhi buoni, vestita da piccola italiana, con una gonna nera ed una camicia bianca. E’ maggio: un mese più tardi nel giugno di quell’anno l’Italia sarebbe scesa in guerra al fianco della Germania nazista. Raffaella è giovanissima. Sono anni difficili e dolorosi e le vicende di Raffaella non si discostano da quelle di altre ragazze e ragazzi della sua età in quei momenti drammatici della storia di Italia, un racconto degli affetti sottratti dalla barbarie della guerra, della sofferenza dovuta ad assenze incolmabili. Raffaella ora ha ventisei anni: sta abbracciando i suoi due fratelli in partenza per la Grecia. E’ in lacrime, ma cerca di farsi forza e di farne a loro. Li esorta a stare attenti e ad essere prudenti. Teme il peggio e forse già immagina che quella è l’ultima volta che li vedrà.

Tre anni dopo, l’otto settembre, la notizia della scomparsa di entrambi coincide con la notizia dell’armistizio. Raffaella ha poco meno di trent’anni. Dalla finestra della sua stanza vede gente che scappa e che grida che la guerra è finita. “L’armistizo, l’armistizio” vanno gridando, ma lei non sa cosa significhi quella parola. I tedeschi, che sono accampati poco più in là del Liceo del paese, danno inizio alle requisizioni, portando via tutto ciò che possono, catturando gli uomini, quando li sorprendono nelle abitazioni.

Passano pochi giorni e, dopo la morte dei fratelli, un’altra tragedia colpisce la sua famiglia. Nel bombardamento di Avellino muore sua sorella Mafalda, insegnante di liceo, che si trova in città per gli esami di riparazione. Intanto, proprio per evitare il pericolo dei bombardamenti alleati la famiglia di Raffaella decide di abbandonare la loro casa e rifugiarsi in  una località di campagna.

Raffaella e i suoi restano nascosti finché in paese non entrano gli alleati: Americani e Inglesi. I soldati durante il loro passaggio lanciano delle caramelle, avvolte in pacchettini di carta con scritto charmes. Le lanciano  insieme alla cioccolata e alle famose gomme americane. La convivenza con gli americani è pacifica e serena. Loro sono gentili e generosi; regalano vestiti, medicine, cibo. Ogni giorno preparano caldaie intere di cioccolato, che poi distribuiscono a tutta la popolazione. Raffaella scopre il pane bianco morbido di forma quadrata, la pasta e patate nelle scatole di latta tonde e la carne in contenitori rettangolari e il latte in polvere e impara come tenere a bada certi soldati eccessivamente premurosi, benché innocui. Gli inglesi sono invece arroganti: giocano a calcio e durante le loro partite si divertono a bersagliare i bambini che vanno a vederli giocare.

Dopo la guerra Raffaella si sposa, due anni dopo quello storico referendum che avrebbe permesso al popolo italiano di decidere quale assetto dare al paese: monarchico o repubblicano. Ha tre figli. Mi dice che sono la cosa migliore che abbia fatto nella sua vita. Ha dato loro nomi beneauguranti: Felice, Diomira, Rosa.

Io, terza generazione che da Raffaella si è originata, come i rami giovani che originano da una quercia centenaria, traggo da quell’albero linfa vitale, esempio, forza, sicurezza.

Ecco il perché di questo scritto. Ve l’ho preannunciato. Questo non è un articolo. E’ la carezza di un nipote a sua nonna nel giorno del suo centesimo compleanno.

Giuseppe De Nisco