Riti Settennali: Guardia Sanframondi, l’umano e la riconciliazione

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GUARDIA SANFRAMONDI – Si sono tenuti ieri, a Guardia Sanframondi, i Riti Settennali in onore della Madonna Assunta. Un evento di proporzioni globali, uno dei più importanti riti penitenziali dell’intero Occidente.

Com’era lecito attendersi, il piccolo paese sannita è stato letteralmente invaso da migliaia di fedeli, di turisti, di studiosi, di semplici curiosi. Giornalisti, media e televisioni da ogni angolo del mondo si sono recati a Guardia per documentare l’evento settennale.

Nel corso dell’ultimo secolo sui Riti Settennali di Guardia Sanframondi si è detto e scritto praticamente di tutto, fiumi di inchiostro sono stati spesi per tentare di “spiegare” questo grande rito collettivo. Sociologi, antropologi ed etnologi hanno provato ad individuare la chiave di volta che permettesse di accedere al “senso” di questa manifestazione. Impresa, probabilmente, destinata da principio a rimanere incompiuta. Ma proprio per tale ragione provare ad aggiungere una breve e modesta riflessione a quelle che nel tempo si sono susseguite, non mi sembra esercizio del tutto vano.

L’onestà che si richiede a chi scrive mi impone una premessa: una serie di circostanze mi ha impedito di partecipare fisicamente ai Riti Settennali. Partecipai da spettatore sette anni addietro. Stavolta non mi è stato possibile. Ad ogni modo, la copertura social/mediatica della quale dicevamo prima, mi ha permesso di seguire con puntualità il rito penitenziale. Certo, è mancata quella dimensione tutta emotiva che solo una “presenza fisica” riesce a determinare, ma l’aver potuto “seguire” lo svolgimento del rito garantisce – forse – che le poche parole che seguiranno non saranno completamente avulse “dal fatto”.

I Riti Settennali sono una manifestazione religiosa, senza alcun dubbio; affermazione scontata e piuttosto banale. Eppure la dimensione religiosa rappresenta solo una parte della totalità di significati che innervano la manifestazione. Inoltre mi sembra che affrontare i Riti Settennali esclusivamente da un punto di vista “religioso” rischia di catapultare la discussione nel trito dualismo atei/credenti; di chi, da un lato, vede nei Riti un elemento anacronistico di superstitio che non dovrebbe trovare spazio nel contesto di una società totalmente secolarizzatadi chi, da un altro lato, vede nei Riti l’espressione di una sincera devozione religiosa e di un autentico e cristianissimo timor Dei.  Una disputa destinata a rimanere senza soluzione, semplicemente perché non vi è “soluzione” quando a confrontarsi sono due punti di vista strutturalmente inconciliabili. Weber avrebbe parlato di “politeismo dei valori”. A lui, evidentemente, l’ultima parola.

Saltata a piè pari la questione religiosa ci si può approcciare ai Riti Settennali in maniera più serena ed equilibrata, ed in essi si può scorgere un grande e significativo momento di riconciliazione. Un atto di auto – affermazione e auto – riconoscimento di un’intera comunità. Un momento fondativo, un’esplicita richiesta di riconoscimento di una comunità che afferma e rinnova il proprio – specifico – posto nel mondo.

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Il lento incedere dei “battenti” scandisce la dimensione temporale di questa richiesta, la sofferenza e il sangue versato ne segnano la difficoltà. Il silenzio quasi surreale che accompagna la processione penitenziale, spezzato solo dalle invocazioni salmodianti alla Vergine, apre uno squarcio su una dimensione altra. Una dimensione “sacrale”, non già religiosa, ab – soluta, e pertanto sciolta da ogni legame con la quotidianità.  Rudolf Otto definiva il “sacro” come una realtà dotata di mysterium fascinans in cui può realizzarsi la pienezza dell’essere. Mircea Eliade sosteneva che “l’esperienza del sacro è indissolubilmente legata allo sforzo compiuto dall’uomo per costruire un mondo che abbia un significato”. Ed è in questo combinato disposto che i Riti Settennali trovano la loro straordinaria forza evocativa ed attrattiva. Per tale ragione nessuno, religioso, ateo o agnostico che sia, può dirsi “indifferente” nei confronti di questo grandioso rituale.

Nei Riti Settennali un’intera comunità si ri – costituisce, ri -afferma se stessa e il proprio sistema di significati. I Riti Settennali sono dunque l’espressione del bisogno più profondo che caratterizza l’umano: la ricerca di una presenza stabile, la necessità di affermare l’esistenza di un senso.

Ogni sette anni Guardia Sanframondi rinnova un patto con se stessa. Ogni sette anni Guardia Sanframondi si riconcilia con se stessa e nel farlo prova a garantire, nuovamente, un “senso umano” all’esistenza. Ogni sette anni Guardia Sanframondi porta alla visione l’eterna sfida a cui è chiamato l’uomo.

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I Riti Settennali di Guardia Sanframondi: uno sguardo senza tempo nelle pieghe dell’animo umano.

Foto di Vittoria D’Avico 

In basso il link alle alle foto di Vittoria D’Avico:

Riti Settennali, 2017.