Siamo tutti mongoloidi

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Quasi mi viene di ringraziare un mio amico per quell’espressione che usa di solito per “catalogare” chi lo prende in giro o, talvolta, non la pensa come lui: sei proprio un mongoloide. L’ho ascoltato di nuovo questa mattina davanti al bar, nella piccola e graziosa piazza del mio paese, con un velo di tristezza negli occhi, pervaso da una grande malinconia.

Dopo due ore di decompressione, però, ho trovato subito la lucidità per tornare sull’argomento. Non perché io abbia piacere ad accusare qualcuno ma semplicemente perché trovo più utile toccare il fondo del barile dell’ignoranza e dei preconcetti e, in questo modo, chiarire le fondamenta della questione con chi, solitamente, ci ignora o ci compatisce. E poi, ammettiamolo, finché ce la raccontiamo tra noi, la vita delle persone con Sindrome di Down e delle loro famiglie non cambia.

Tra qualche giorno è la Giornata Mondiale delle persone con Sindrome di Down e, come sempre, non se ne frega nessuno se non i diretti interessati e qualche giornalista in cerca di like. Peggio, la stragrande maggioranza delle persone che ci circondano, come il mio amico, quando dice “mongoloide” o “handicappato” pensa che non stia offendendo nessuno.

Non è proprio così. Le parole sono importanti.Le parole mostrano la cultura, il grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso i più deboli. Non è un’esagerazione. Non è la reazione di un papà provato dal dolore e dalla pena.

Cambiamo il linguaggio e cambieremo il mondo convinti, come siamo, che l’interesse da perseguire non è ovviamente quello di penalizzare i “superdotati”, ma quello di sostenere gli svantaggiati. Questo significa ripartire dalla centralità della persona umana, rivalutando la disabilità “non tanto come una mancanza quanto come una dimensione della diversità umana”, nella consapevolezza che il cuore del problema non sta nella condizione della disabilità in quanto tale, ma nei contesti sociali e culturali in cui essa emerge.

Ho un brivido lungo la spina dorsale ogni volta che sento la parola “mongoloide”, lo ammetto. Ma non soffro più. Se la vostra fantasia però, non ce la fa a trovare un sinonimo per colpire qualcuno durante una conversazione accesa non usate il termine “mongoloide”; prendete un dizionario e preparatevene qualcuno per la prossima volta. Oppure dategli semplicemente dello “stronzo”.

Credetemi, non è una questione linguistica è sostanza, è cultura, è mentalità che si radica. È rispetto: un patrimonio, a quanto pare, in via di estinzione che neanche il WWF riuscirà a salvare se noi tutti non facciamo qualcosa. O sbaglio?