Signori, entra la giustizia

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Lecce – È da molto tempo, ormai, che l’attenzione dei media si posa molto sui processi penali che hanno ad oggetto reati eclatanti. La società civile si sente partecipe di questi avvenimenti, forse anche, affascinata dalle modalità di celebrazioni dei processi. Si sente parte del collegio accusatorio, ne sostiene le tesi qualora esse vengano fatte conoscere alla stampa e sostiene in vari modi il lavoro della magistratura giudicante e requirente. Si sa che l’aula ove si celebra il rito, la toga del PM, quella dell’avvocato, la sacralità che avvolge tutti i vari momenti sono aspetti che toccano la sensibilità di tutti, non tanto degli operatori del diritto ma soprattutto dei cittadini. La società civile che si sente parte di un rito, i cui momenti trovano la consacrazione in un codice e grazie al quale essi ricevono legittimità nel segmento processuale.

La partecipazione della cittadinanza attiva avviene molto nei processi di mafia.

Il primo che ha avuto un rilievo nazionale e mediatico fu il maxi processo degli anni 80, che ha il merito di aver scoperchiato come un vaso di Pandora le nefandezze dei clan mafiosi e aver dato nomi, volti e collocazioni strutturali ad un fenomeno che dalla stampa veniva chiamato genericamente “mafia” ma che dagli uomini d’onore era conosciuto come Cosa Nostra. A partire da quel processo, finalmente si è preso coscienza del fenomeno mafia e dei suoi pesanti risvolti che andava a sviluppare in Sicilia e delle sue pieghe, economiche e sociali che affliggevano e affliggono ancora, l’isola. Il lavoro dei magistrati del pool di Chinnici che avevano “istruito” il processo videro consacrato e apprezzato dalla società civile il loro lavoro investigativo. Si cominciavano ad aprire spiragli importanti in una lotta che ancora oggi non può permettersi di mettere la parola fine. Una lotta che ha conosciuto il sacrificio di Uomini come Falcone e Borsellino che ad essa hanno dedicato tutta la loro vita e il loro impegno giudiziario.

Che la società civile abbia deciso di aprire gli occhi su questa piaga sociale, è sintomatico della volontà di disgregare un consenso latente che serpeggia e che induce a non parlare per non far emergere la mentalità mafiosa. Se c’è un fattore su cui le mafie fanno leva per radicarsi nei territori e nel pensiero è quello del “consenso”. Non parlare del capomafia del paese, del quartiere, affermare che “è bravo, che dà tanto lavoro” significa appoggiare e implicitamente acconsentire il modo di agire e di operare della mafia. Possiamo asserire che l’ignoranza, sia come bassa scolarizzazione ma anche come non conoscenza della esistenza o meglio negazione stessa della mafia, contribuisce alla sua crescita e al suo pieno sviluppo.

Oggi le cose sono cambiate. C’è una coscienza antimafia che comincia a diventare patrimonio di coloro che hanno a cuore i valori di legalità e di giustizia, nutrita dalla costante partecipazione alle varie udienze in tribunale e dalla vicinanza alla magistratura. Giovani e meno giovani che si scoprono “penalisti” e che si appassionano a seguire questo lavoro che costituisce il  nucleo forte della missione di un giudice. C’è il desiderio di rompere questo consenso e cominciare a far uscire dalle aule dei tribunali questo duro lavoro repressivo.

Certo, finora ho descritto un quadro idilliaco sulla partecipazione sociale alla lotta alla mafia. Da giurista e da appassionata studentessa di procedura penale, però, sento di voler denunciare un fenomeno che da molto tempo sta prendendo piede. Noto con una certa preoccupazione che i processi non solo vengono celebrati nelle loro sedi naturali ma anche in televisione (memorabili le intere puntate di Porta a Porta con annessi plastici e magistrati invitati a esprimere il loro parere su questa o quella scelta dell’accusa o della difesa) e da un po’ anche nei social network. Navigando e leggendo tra le varie bacheche o nei gruppi in difesa dei magistrati “scopro” molti neofiti del diritto che danno il loro parere o peggio accusano il pm di turno di non aver fatto la scelta che a loro dire andava fatta. Il tutto, caratterizzato da una scarsa conoscenza delle norme giuridiche che regolano il nostro sistema processuale. Scrivono il loro punto di vista con la convinzione che un pubblico ministero deve svolgere il processo seguendo le indicazioni che provengono da una sparuta rappresentanza della società civile. Leggendo alcuni commenti in molti casi ho sentito correre i brividi lungo la schiena…

So per certo che questa non è la sede ideale in cui dare lezioni di procedura penale nè me ne voglio arrogare il compito. Vorrei solo scrivere il mio punto di vista, che spero venga condiviso da chi legge. Non è facile oggi, amministrare la giustizia per chi fa il lavoro del PM. Sia per le ingerenze della politica che piuttosto che agevolare rende faticoso questo compito. Sia forse per una componente troppo esibizionistica che è propria dalla società civile. Le continue e pressanti attenzioni su questo o quel magistrato non credo facciano bene al suo lavoro e minano quella serenità di cui ha bisogno per il suo naturale svolgimento. Così anche la continua “celebrazione parallela” del processo che quotidianamente avviene sui social network. Il diritto non è materia semplice e richiede uno studio profondo e metodico. Le norme procedurali, poi, coronano il sistema perché svolgono una funzione di garanzia e di certezza del diritto. Meritano rispetto e tutela. Non si può diventare esperti processualpenalisti senza conoscere il codice e solo per mettere in mostra una presunta preparazione che poi, a conti fatti, non esiste.

Alessandro Manzoni nei Promessi sposi scrisse che “a giudicar per induzione, e senza la necessaria cognizione de’ fatti, si fa alle volte gran torto anche ai birbanti”. E non pensate che sia effettivamente così???