Trattativa stato mafia: il processo s’ha da fare | di Danielle Sansone e Luciana Cusimano,

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Riprende domani il processo sulla presunta Trattativa Stato-mafia: partito il 27 maggio dall’Aula Bunker del Carcere Pagliarelli di Palermo, è giunto alla terza udienza. La Trattativa è da ritenersi presunta perché, a parere di chi scrive, non si può giungere a definire tali i fatti di causa fino a quando non vi sarà una sentenza che li statuisca in questo modo. Questa precisazione appare doverosa: si discorre già, tra l’opinione pubblica, di trattativa rendendo certa una verità che non è annoverabile neppure tra le verità processuali che devono emergere solo dalla sentenza di primo grado. Errore che si compie, forse, prendendo a modello il processo Tagliavia, in cui si discorre di “trattativa”. Nel nostro ordinamento, non esiste la regola del precedente giudiziario vincolante. Pertanto, una sentenza, che definisce un processo, fa stato solo in relazione al contesto entro il quale è pronunciata. Non si possono estendere queste determinazioni per dar man forte ad una verità che dovrà essere accertata nella sua sedes materiae. 

Siamo in presenza di un processo storico che vede, per la prima volta, tra gli imputati pezzi di uno Stato che presumibilmente hanno negoziato con la mafia, per mettere a punto quelle stragi che nel biennio 92/93 hanno insanguinato non solo la Sicilia ma tutta l’Italia, seduti accanto ad esponenti di quella mafia stragista rappresentata dall’ala corleonese di Totò Riina. Un connubio davvero sui generis. La frase “Lo Stato processa se stesso” in questo dibattimento diventa quanto mai vera e attuale. Un processo che è stato contornato da molte polemiche fin da subito. L’abbandono di Antonio Ingroia all’avvio dell’udienza preliminare, per intraprendere la missione ONU in Guatemala; gli attacchi a Nino Di Matteo sfociati nell’avvio di un provvedimento disciplinare davanti al CSM; il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale avverso la Procura. La Procura di Palermo sembra essere sempre al centro dell’ attenzione mediatica, bersaglio facilmente colpibile, annientabile da quelle forza politiche che cercano in tutti i modi di remare contro il lavoro di questi coraggiosi PM. Ma mentre i poteri forti cercano di ostacolarli, questi vanno avanti imperterriti nella ricerca di quella verità che ancora a distanza di vent’anni sembra assumere le sembianze di un fardello pesante da affrontare e portare avanti. Non ci stancheremo mai di dire che l’Italia, sul fronte verità, non è una nazione coraggiosa: essa preferisce crogiolarsi in una “mezza verità” che le permette di trascinarsi e di progredire a piccoli passi. La verità richiede coraggio e soprattutto desiderio di guardare al futuro con pulizia morale. Un futuro di crescita non solo per noi giovani ma per tutti. Il processo sulla trattativa affronta lo spinoso aspetto della cosiddetta “questione morale” che, secondo il pensiero di Berlinguer, mette a nudo tutta le debolezze e le meschinità che ancora albergano nella nostra società. Ma qui, in ballo non è solo il rapporto tra la società civile e la classe dirigente politica ma quello ancor più grave della classe dirigente politica con la mafia ai danni della società civile, che ha subito la perdita di due valorosi magistrati e la perdita della propria “dignità” di popolo, assediata dalla violenza dello strapotere mafioso. L’ insegnamento di Falcone e Borsellino, ha determinato nei cuori e negli animi dei magistrati palermitani il coraggio di portare avanti un compito gravoso ma pregno di amore per questi Maestri che hanno orientato il loro cammino. E ha indotto la società civile a stringersi al loro fianco per impedire che il silenzio potesse esporli ad una sovraesposizione e a rischi di morte che aleggiano ancora nell’aria, seppur in maniera più lieve rispetto al biennio 92/93.  Questo processo, oltre agli imputati eccellenti vista l’”estrazione” di molti di loro, ha contato un altissimo numero di richieste di costituzione di parte civile tra le associazioni che a vario titolo operano nel panorama dell’antimafia del sociale. Ciò perché la diffusione di questi valori e la storia di Falcone e Borsellino è stata accolta nel cuore di giovani e meno giovani tanto da farsene portatori e promotori all’interno dei movimenti che sono nati da qualche anno a questa parte. Grazie anche alla opera costante di persone desiderose di giustizia e verità che hanno smobilitate le coscienze dei giovani e meno giovani.

La scorsa udienza si era conclusa con la concessione, da parte del Presidente della Corte d’Assise Montalto, di un termine a difesa, in seguito all’ulteriore contestazione operata dalla Procura di Palermo a carico di uno degli imputati “eccellenti”, Nicola Mancino, già accusato di falsa testimonianza nel processo. L’aggravante in questione è quella di avere commesso “il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a se o ad altri il prezzo ovvero l’impunita’ di un altro reato”, così come previsto dall’articolo 61 del Codice penale.

Il fatto processuale più eclatante era stato il rigetto delle richieste di costituzione di parte civile avanzate dal Popolo delle Agende Rosse, dal suo presidente Salvatore Borsellino, dall’associazione Addio pizzo, dal sindacato Coisp, dal Comune di Firenze, Capaci, Campofelice di Roccella, Palermo, dalla Provincia di Firenze, dalla Regione Toscana, dai familiari dell’eurodeputato Salvo Lima, da Rifondazione comunista, dall’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia, dall’Associazione Cittadinanza per la Magistratura, dell’associazione Libere terre, dall’associazione dei Vigili del Fuoco “Carlo lacatena”, dall’associazione Giuristi democratici, dall’associazione “Rita Atria”. Erano state invece  accolte a pieno titolo le analoghe richieste avanzate dall’associazione Libera e dall’associazione Familiari vittime di via dei Georgofili.

Le suddette esclusioni da più parti sono state reputate come clamorose e hanno dato adito a una serie di polemiche prese di posizione. Molte delle  associazioni e dei movimenti esclusi si sono interrogati sul perché tale posizione sia stata stralciata dall’agone processuale, posto che in sede di udienza preliminare il Gup Morosini non aveva trovato nulla da eccepire in merito. In realtà, fuori da ogni possibile interpretazione di matrice complottistica o persecutoria, la ratio di tale provvedimento risiede, ed è facilmente rinvenibile, nel codice di rito.

Cerchiamo, pertanto, di fare chiarezza.

I fatti costituenti reato contestati agli imputati oltre a costituire un’offesa a determinati beni giuridici possono, in concreto, aver determinato dei danni che, dal punto di vista risarcitorio, devono essere fronteggiati in caso di condanna da chi è stato considerato responsabile. Indipendentemente dalla natura patrimoniale o non patrimoniale del danno arrecato per ricoprire nell’ambito processuale il ruolo di parte civile bisogna possedere alcuni requisiti formali e dei presupposti sostanziali, in assenza dei quali il giudice, anche d’ufficio oltre che su richiesta motivata delle parti processuali necessarie, dispone tramite ordinanza non impugnabile l’esclusione della pretesa parte civile.

Le persone danneggiate dal reato e gli enti rappresentativi degli interessi lesi dal reato (come nel caso in questione) sono “soggetti” che intervengono nel procedimento e non parti necessarie propriamente dette, nel senso che la loro presenza è meramente eventuale nel processo penale: le loro richieste di natura prettamente risarcitoria sono di stampo civilistico anche se vengono ospitate nel contenitore del processo penale e sono connesse ai fatti che verranno accertati come costituenti reato.

Nel caso degli enti è necessario che si siano costituiti tali entro una certa data, successiva alla commissione dei fatti di causa. Nel caso in questione le esclusioni sono state determinate appunto dalla considerazione della mancanza del presunto danno subito ma soprattutto dal rilievo dell’epoca di costituzione, troppo tarda rispetto alla consumazione dei fatti contestati.

Vedremo, pertanto, quali  altre vicende processuali si svilupperanno, a partire da domani, nelle prossime udienze. Ne seguiremo gli snodi per quell’amore di cronaca e di Verità che ci spinge ad essere cittadine attive prim’ancora che aspiranti giuriste.